I nipotini di Berlinguer

nipotini_berlinguerNel trentennale del martirio e della morte di Enrico Berlinguer, la competizione agiografica vede per ora in testa l’ottimo duo Scalfari-Veltroni, che si candida autorevolmente alla guida delle celebrazioni liturgiche. Scalfari, «giornalista fondato da Eugenio Scalfari» (Altan) – che si ritiene filosofo poiché ha la barba – si è impadronito della figura già da decenni; ma anche Veltroni non è da meno, e ci ha pure fatto un film. Noi non sappiamo che cosa pensi Berlinguer di questo, ma c’è da sperare che non possa vederlo: deprecando «certe apologie», scriveva Nietzsche che «la più perversa maniera di nuocere a una causa è difenderla a bella posta con argomenti errati».

Nell’immagine di Berlinguer è forte l’idea della fine: la fine dell’ossequio verso l’Unione sovietica, la fine dello stesso Berlinguer (i suoi storici funerali, secondi in Italia solo a quelli di Wojtyla – che però non era comunista), la fine del sogno del comunismo italiano e del Pci, che invero già prima della vittoria alle europee del 1984 aveva iniziato un lento declino elettorale e ontologico (tra gli artefici del declino successivo, lo stesso Veltroni; nemmeno lui era comunista: «mai stato», dixit).

Secondo una brillante interpretazione di Piero Fassino (sic), Berlinguer era come un giocatore di scacchi che sapeva che nel prosieguo della partita l’avversario gli avrebbe dato lo scacco matto. Il paragone pare calzante e – si deve aggiungere – gli è paradossalmente andata bene così: meglio morire come amatissimo segretario nell’affetto di milioni di militanti, simpatizzanti, qualunquisti e persino avversari, che vivere fino a dover fare quello che la storia gli ha risparmiato. Cioè il 1989, l’abbandono precipitoso della nave che affonda e la transumanza non proprio dignitosa verso le praterie del liberalismo. Ha poco senso chiedersi cosa avrebbe fatto Berlinguer se fosse vissuto: con o senza di lui, è chiaro che il Pci non esisterebbe ugualmente più, e abbiamo l’ardire di credere che anche il muro di Berlino sarebbe caduto. Già nel corso del dodicennio della sua segreteria molte cose sono cambiate, e le risposte di quella dirigenza del Pci al mondo nuovo non sono state esemplari.

La grandezza di Berlinguer è tutta tragica: ha come sfondo la fine di una storia, e segnatamente la sua sconfitta. Quando è morto, del resto, la sua fase propulsiva era molto vicina all’essere esaurita. Prima di morire, ha anche dovuto subire l’affronto dell’ingresso in casa propria della televisione a colori: una vittoria di Craxi. Invece spesso si vuole vedere in lui non il simbolo della conclusione di qualcosa, ma il precursore di qualcos’altro. Con questo, va da sé, la grandezza tragica del personaggio si perde, trasformandolo piuttosto nella tessera numero uno ante litteram – De Benedetti permettendo – del Partito democratico. Anche se forse il Nostro potrebbe rifiutare il seggio nel pantheon accanto a preti e blogger tunisine.

Ma la cosa più insopportabile di tutte è proprio uno dei capisaldi dell’idolatria berlingueriana: la «questione morale», vergata da Scalfari sulle sacre tavole esposte poi all’adorazione del futuro popolo eletto del centrosinistra. Per un verso, di tutto ciò che ha detto e fatto si esalta un concetto appartenente all’era del Berlinguer calante, che muove le poche pedine rimaste senza più una vera strategia: quello della questione morale è il Berlinguer meno significativo.

D’altra parte, il suo pensiero era comunque più articolato del generico polpettone moralista cucinato col fuoco di Mani pulite e dell’Antiberlusconismo, che ha preteso di vedere nel segretario martire il suo fondatore. La questione morale non vuol dire che la morale viene prima della politica. Non vuol dire che si deve fare il «partito degli onesti». Non era una proposta di esclusione degli indagati dalle liste elettorali, non era idolatria del codice penale. Soprattutto, non era una compiaciuta affermazione della superiorità della sinistra dal punto e vista morale e, viene da dire, antropologico. Il motivo per cui Berlinguer era un politico onesto, il motivo per cui si poteva (probabilmente non sempre a ragione) affermare la diversità dei comunisti era proprio il fatto che tutti costoro credevano nel comunismo; credevano nell’idea e nella causa che portavano avanti. L’onestà, l’idea di diversità e il fatto che si potesse parlare di una questione morale nel rapporto tra i partiti e lo Stato erano nient’altro che la conseguenza di una coerente fede politica.

Quando invece la propria cosiddetta azione politica consiste nel predicare la stabilità e il rispetto dei vincoli europei, votare il fiscal compact e per il restante amministrare l’esistente, ci si chiede quale altro motivo vi sia – se non il fare carriera – per entrare in partiti che adottano una linea cosiffatta. E dunque viene naturale pensare che, se il partito non è fatto da militanti ma da affaristi, allora non ci si può poi stupire che ci siano i disonesti. Ma è inutile aggredire la questione dal lato delle conseguenze e non della causa; è inutile non candidare degli indagati per candidare invece dei cretini. Se si vuole una politica onestamente condotta, ci vuole innanzitutto la politica. Solo la fede in una grande idea e una vera prassi politica possono eliminare la corruzione; altrimenti è inevitabile che in una politica che non fa niente e che non crede in niente ci sia spazio per ogni forma di arrivismo.

Se invece si vuole continuare a compiacersi della presunta superiorità morale e antropologica della sinistra, è bene non perdersi Fazio e Crozza (che trasmettono a colori: in fondo sono craxiani anche loro), ma per favore si lasci in pace Berlinguer: non gli giova essere ricordato per questo. Certo, non giova neppure la foto di lui in braccio a Benigni, che è diventata un’icona di buonismo e di autocompiacimento della sinistra: Togliatti queste cose non le ha mai fatte, mentre Berlinguer sì e quindi in fondo piace un po’ a tutti. Come dire, era comunista ma in fondo era buono e possiamo anche permetterci una rievocazione sdolcinata: «quando c’era Berlinguer»… Nella misura in cui lo stesso Berlinguer ha agevolato questo tipo di tendenze, si può anche dire che ha avuto torto. Non faremo più la rivoluzione, ma almeno siamo più onesti, siamo la “parte migliore” dell’Italia: se pure vi sono delle avvisaglie di ciò in Berlinguer stesso, quest’idea è stata ampiamente sviluppata in tempi successivi. Si tratta di un’idea sbagliata, della degenerazione moralista della sinistra contemporanea.

Enrico Berlinguer non era un moralista: era il segretario generale del Partito comunista italiano in un tempo in cui i dilemmi posti dalla storia erano pressoché insormontabili. Come tale rientra nella storia della sconfitta di quel grande movimento storico che si suole far discendere, ancorché non esclusivamente, da Karl Marx. Il suo Pci non era più, da tempo, un partito rivoluzionario: ciò nondimeno, il simbolo-Berlinguer è uno degli ultimi di quella grande religione della liberazione dell’umanità dal giogo del servaggio. Simbolo, però, estremamente contraddittorio: rappresentava quella religione di fronte a dei fedeli che la storia degli anni di poco successivi avrebbe reso degli apostati. Ma di certo apparteneva a quel mondo, non al nuovo. Non trasformiamo perciò il pensiero di Berlinguer nella grande liberalata, buona per tutte le stagioni e che piace a tutti, forgiata in special modo dal grande fuffologo del centrosinistra: Eugenio Scalfari, appunto.

Non è un caso che nel suo recente editoriale abbia paragonato Berlinguer a Bergoglio. Quanto a quest’ultimo, è il caso che qualcuno lo avverta: nessuno sopravvive per molto alla scalfarizzazione, si chieda un po’ a Berlinguer e al Pci.

(Pubblicato su Sinistra XXI il 19/03/2014).

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Antipolitica

La vera antipolitica è quella di chi, nel momento decisivo, anziché compiere scelte coraggiose si nasconde, rifiuta, rimanda. Il centrosinistra, Partito democratico in testa, è oggi il campione dell’antipolitica.

bersani-piageQuando cadde Berlusconi, a fine 2011, obbedì a Napolitano e non forzò il ritorno alle elezioni. Evitò di far cadere Monti quando si rendeva vieppiù chiaro che il suo governo non avrebbe affatto modificato la linea dell’austerità imposta da Bruxelles (né, anche volendolo, avrebbe avuto la forza per cambiarla). Ha pressoché perso le elezioni dopo una campagna elettorale passata a predicare l’alleanza con Monti e Casini. Infine, ha rieletto Napolitano al Quirinale dopo aver bruciato Prodi.

Non stravedo per Rodotà, ma era quella la scelta davvero politica, perché avrebbe aperto spazi nuovi (e va anche notato, sia pure per inciso, che i 5 Stelle hanno proposto Stefano Rodotà, non un candidato della “società civile” – come Grasso e Boldrini – ma un uomo con alle spalle una storia politica nella sinistra).

Ora, il grillismo è in sé sbagliato. Sono sbagliate le parole, sono discutibili i metodi, è criticabile la visione del mondo. Ciò nonostante, la politica non è monopolio di nessuno. La politica non è solo professione, forma, concetto; è vita. È attività. Quando la classe dirigente lo dimentica, la storia prima o poi si incarica di farlo presente.

La sinistra italiana ha costruito negli anni un intollerabile culto della normalità, che al momento decisivo ha rivelato tutta la sua inconsistenza. Ha creduto che la storia fosse in fondo finita, e si dovesse solo amministrare l’esistente. Ha colpevolmente ritenuto che le masse fossero ormai per sempre perdute alla causa della politica. Se c’è Grillo, la colpa è della sinistra che per anni ha predicato la responsabilità e l’obbedienza ai mercati.

È inutile lanciare adesso un antigrillismo altezzoso e spocchioso affermando che quella gentaglia non capisce niente. Il Partito democratico ha capito molto meno, e, come non bastassero gli errori dell’ultimo anno e mezzo, l’ha voluto dimostrare ancora una volta.bla-bla-rodota

Saranno sbagliate e stupide molte delle cose che fanno e dicono i grillini. Ma noi della sinistra? Per non aver voluto fare politica seriamente, per aver voluto essere responsabili quando invece serviva il coraggio, ora stiamo andando a fare il governo delle larghe intese.

Quando la gente va in piazza perché è incazzata, la sinistra non può trincerarsi dietro il rispetto delle istituzioni. Deve piuttosto chiedersi perché, invece che dalla parte della conservazione, non stia alla testa di quei movimenti, dei quali nemmeno capisce il linguaggio.

Molte istanze nate nell’alveo del grillismo sono sbagliate, il M5S non è democratico, Casaleggio è terribile: tutto vero. Ciò nondimeno, quelle persone che seguono i 5 Stelle si stanno in qualche maniera ripoliticizzando, e la sinistra è del tutto al di fuori di questa dinamica.

Credo si debba lasciar perdere Sua Pomposità Scalfari e deporre la spocchia, anche a costo di una scissione nel Pd. Non bisogna farsi trascinare dalla folla ma nemmeno sentirsene migliori per diritto divino, specie quando si hanno tante prove della propria incapacità. La politica è fatte dalle forze sociali: non dalla debolezza.

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Benigni e la sinistra estetica

Terracini e De NicolaLa Costituzione italiana è “la più bella del mondo”, Benigni dixit. Al di là dell’aspetto divulgativo della chiacchiera costituzionale andata in onda in televisione, si può soggiungere che la Costituzione non può essere un feticcio, e la sua (spesso mancata) applicazione non è un mero fatto giuridico, ma politico e culturale. Si può agitare un testo come arma politica, ma il solo fatto che sia scritto e che valga formalmente come norma fondamentale dello Stato non lo rendono per ciò stesso decisivo.

Un programma politico del genere “torniamo alla Costituzione” ha un valore politico-polemico nei confronti dell’oggi (così come il “torniamo allo Statuto” di Sonnino), ma la Costituzione vive come vive la Storia, e l’impossibilità del ritorno alla lettera e allo spirito del testo del 1948 è sancita dalla storia d’Italia che da quel tempo ci separa. Si ponga mente alla distinzione tra costituzione formale e costituzione materiale.

Ma non parliamo qui di Benigni né, invero, solo della Costituzione. Su questo ci si può limitare a dire, civettando con Carlo Marx, che la storia della Carta fondamentale si è ripetuta due volte, la prima come Assemblea costituente, la seconda come Roberto Benigni (sia detto in termini puramente descrittivi). E forse, visto il corso degli eventi, non poteva che essere così: tra la prassi pluridecennale e i vari tentativi di riforma, si può dire che lo spirito del ’48 non vive più da molto tempo.

Il concetto su cui riflettere è quello del bello. Bella è la Costituzione; “la sinistra è bellezza”, parafrasando l’eloquio vendoliano. Ora, per Platone il bello ha importanza conoscitiva in quanto è anticamera del vero; a quest’ultimo è pertanto inferiore. Ciò che pare, osservando a volo d’uccello un certo modo di pensare di sinistra, è che si privilegi la dimensione del bello a scapito, o comunque nella sostanziale indifferenza per la verità.

Benigni e BerlinguerVerità, beninteso, non giustapposizione di fatti veri. Il problema riguarda piuttosto una generale visione del mondo, riguardo alla quale si può parlare di scadimento, se non di vero e proprio compiacimento estetico, derivante dal piacere di stare dalla parte giusta. La Costituzione invece non è bellezza; è sangue. La cooperazione politicamente fruttuosa tra diversi partiti e culture al tempo della Costituente non può far dimenticare il conflitto che ne sta all’origine.

E soprattutto non può rendere bella una formula come quella secondo cui la Repubblica è “fondata sul lavoro”, perché essa rimanda piuttosto al conflitto tra capitale e lavoro, che conflitto era e rimane e non può essere abbellito in alcun modo. A meno di abbracciare, come la sinistra ha largamente fatto, un buonismo sconfinato che è solo indice di subalternità alla cultura liberale e individualista.

Privilegiare un’idea di sinistra legata alla bellezza, che poi vuol dire alla morale e ai sentimenti, vuol dire abbandonare qualsiasi prospettiva di pensiero dialettico, qualsiasi lettura della realtà come insieme di contraddizioni, e al contempo qualsiasi capacità di seria sintesi politica, che scaturisce dallo scontro o ne è strumento di reale prevenzione, ma che sicuramente non è ingenua espressione di un ecumenico “vogliamoci bene”.

Non è un bene che la sinistra abbia vieppiù ceduto sul terreno del pensiero e della teoria, accontentandosi invece del bello, del cinema, della letteratura, dell’arte e finanche della televisione, e creando così un vero e proprio estetismo di sinistra che sa più di vuota liturgia che di comprensione del reale. “La bellezza è rivoluzionaria”, “la cultura è rivoluzionaria” sembrano essere gli slogan più appropriati.

Ritengo invece che solo un saldo ancoraggio al vero consenta di non trasformare la politica in uno slancio moralistico. E il vero, in ambito politico, è il conflitto, che solo una politica alta sa comprendere e tenere a freno. In tal senso, il vero può essere brutto e magari anche noioso. Se la politica, se la sinistra devono affidarsi a Benigni e alla bellezza, oserei dire che c’è molto di sbagliato.

(pubblicato su Sinistra XXI il 21/12/2012)

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Conflitto tra poteri: magistratura e politica

NapolitanoLa Corte Costituzionale ha dato ragione al Presidente della Repubblica sul conflitto da questi sollevato contro la Procura di Palermo. Come aveva previsto Gustavo Zagrebelsky, “nel momento stesso in cui il ricorso è stato proposto, è stato anche già vinto”. In attesa delle motivazioni della sentenza, e senza volerne qui discutere i dettagli – presentati in modo semplificato dalla volgarizzazione mediatica, poco avvezza ai tecnicismi e all’accuratezza delle argomentazioni giuridiche – si può però cogliere l’occasione per una riflessione generale sul rapporto odierno tra giustizia e politica.

Da un lato vi è la questione generale del rapporto tra le ragioni del diritto, nella sua costitutiva astrattezza, e la ragion di Stato, che ha invece una più diretta aderenza alla concretezza. È ovvio che nella vita concreta dello Stato e della politica vi sono ambiti destinati alla segretezza, e quindi a una sostanziale immunità giudiziaria, poiché nei Tribunali si possono giudicare casi determinati e non le grandi questioni politiche e storiche; ed è giusto così (questo il diritto non può dirlo apertamente). Però il privilegio del potere non è un fine in sé, ma è strumentale a ciò che si può definire l’interesse nazionale.

Andando un passo oltre la pacifica affermazione che in ogni società organizzata l’amministrazione della giustizia ha immense implicazioni politiche, da tempo in Italia si dice che l’operato della magistratura entra in urto con la vita politica – o addirittura con gli arcana imperiicoartandola. Persistono problemi sul caso dell’Ilva di Taranto, rispetto al quale la magistratura è stata accusata di voler interferire nella politica industriale del Paese. Si è sostenuta la crudeltà della condanna contro Sallusti, specchio di una presunta ostilità verso la libertà di stampa. Si è detto e scritto che l’opera della magistratura opera pesanti condizionamenti e sconvolgimenti del quadro politico, dai noti processi a Berlusconi, passando per quelli che hanno riguardato esponenti politici di diversi partiti, e risalendo fino all’opus magnum: Mani Pulite.

Da più parti (talvolta anche da sinistra) si è dichiarato che questa situazione richiede una riforma della giustizia. Non è difficile capire in che direzione: diminuendo il potere della magistratura. Ciò implica un ragionamento di ordine costituzionale, con le revisioni conseguenti, anche indirette. Queste, in astratto, si possono naturalmente operare; posto che la volontà costituente che ne sta alla base non sia animata da piccineria politica. Ed è invece proprio questa l’impressione che si ha ogni volta che si sente parlare di riforma della giustizia.

TogheVi sono due versioni essenziali di accuse alla magistratura: quella complottistica, secondo cui la magistratura si erge a contrastare e spossessare altri poteri dello Stato; e quella meno impegnativa, secondo cui certi magistrati sono politicizzati e amanti della notorietà, e conducono indagini di conseguenza. Entrambe queste accuse, a giudizio di chi scrive, hanno un presupposto comune nell’autogiustificazione e nell’autoassoluzione della politica. Non voglio affermare la tesi opposta, per cui l’operato della magistratura è sempre impeccabile. Ammesso e non concesso, pertanto, che vi possano essere certe aderenze occulte e magistrati cui piace andar sui giornali (e anche magistrati che sbagliano); ammesso anche, però, che molto di esagerato e di falso si dice su tali questioni; si tratta di inquadrare correttamente il problema.

Che non è l’emergenza della politicizzazione della giustizia; bensì la mancanza della Politica. La verità è la debolezza della politica, insieme col declino della sua qualità. Ma come insegnava Carl Schmitt, la politica non muore, ma al più cambia di sede; ove muti il campo della contesa e la politica stricto sensu non sia in grado di assolvere ai propri compiti, essa viene oggettivamente spossessata da altri poteri, che assolvono a una funzione politica lato sensu. Così quando vengono evidentemente meno delle basilari condizioni di moralità dell’agire pubblico, in mancanza di un autocontrollo della politica agiscono i Tribunali (facendo così politica, ma obtorto collo). Così, per altro verso, quando la politica perde il polso dei processi economici e rinuncia a governarli, la politica economica è vieppiù decisa da grandi attori economici, dai mercati, dalle agenzie di rating.

Questa situazione deve essere vista innanzitutto come uno sprone per il rafforzamento della politica e dei suoi processi di selezione, considerato che molti scandali degli ultimi anni non sarebbero mai emersi senza le indagini e i processi. La politica ha perso in primo luogo il controllo in qualche maniera illuminato della scelta e della formazione dei suoi quadri e dei suoi dirigenti. Oggi il sistema assomiglia un po’ a un mercato e i risultati si vedono in primo luogo nella mancanza assoluta di saldezza ideologica e morale, che non rende l’idea della politica come missione né obbliga a mantenere un certo contegno.

La parola d’ordine non dev’essere, dunque, riforma della giustizia – che suona come falsa e fuorviante – ma riforma della politica. È innanzitutto necessario un modello di rigorosa educazione politica come precondizione per il ritorno della Politica, affinché essa possa acquistare potere nei campi davvero spossessati: la vera emergenza è la sovranità economica, non i pubblici ministeri. Poi si può ragionare anche dei problemi oggettivi della giustizia, a cominciare dalla lunghezza dei processi: però con spirito alieno da sospetti di utilitarismo.

Non si tratta affatto di fare politica secondo i canoni del codice penale (limite della concezione, ad esempio, di Di Pietro), ma nemmeno di rivendicare alla politica un’immunità dalla giustizia tale da essere solo una scusa per far continuare a vivacchiare una politica debole.

La via maestra è una politica che sappia essere grande, e non a scapito della magistratura. Magari ricordandosi che spesso la grande stampa tratta i temi della giustizia e dei processi in una maniera che è cortesia definire sommaria.

(pubblicato su Il Mercurio il 7/12/2012)

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Note su Sallusti e libertà di diffamazione

Avanza tra polemiche ma soprattutto tra innumerevoli menzogne l’iter parlamentare del disegno di legge sulla diffamazione. La Federazione nazionale della stampa è arrivata a minacciare uno sciopero contro il “ricatto”, contro il “bavaglio”. Gioverà ricostruire a grandi linee la vicenda, evidenziando le mistificazioni e inquadrando la questione giuridica.

A settembre la Cassazione conferma la condanna a 14 mesi di detenzione per Alessandro Sallusti per la pubblicazione, sotto pseudonimo, di un articolo (“Il giudice ordina l’aborto. La legge più forte della vita”, su Libero del 18 febbraio 2007) giudicato diffamatorio nei confronti del magistrato Giuseppe Cocilovo, in quanto gli attribuisce fatti determinati e falsi. Anche altri giornali pubblicano la notizia ma poi rettificano; Sallusti, all’epoca direttore di Libero, ha sempre rifiutato di ritrattare. La Cassazione sottolinea nella sentenza che non esiste il “diritto di mentire, al fine di esercitare la libertà di opinione”, e attribuisce al giornalista una “illecita strategia intimidatrice”.

Alessandro SallustiDi fronte a questa sentenza iniziano le critiche al grido di “siamo tutti Sallusti”; e ci cascano quasi tutti. Omettendo se non altro di raccontare i dettagli della vicenda, che di per sé imporrebbero prudenza prima di qualificare la condanna come una repressione sic et simpliciter delle libertà civili. Perché una riflessione sulla disciplina della diffamazione, come ha chiesto anche Napolitano, può forse esser opportuna, ma additare questa vicenda come esempio pare un poco fuori luogo.

In ogni caso, col dichiarato intento di salvare Sallusti dal carcere – nuovo esempio di legislazione ad personam – i firmatari del progetto di riforma hanno inizialmente inteso eliminare la detenzione, attualmente contemplata, e prevedere solo pene pecuniarie. Il percorso parlamentare non è stato tuttavia lineare, e nel testo attualmente in discussione non risultano eliminate le pene detentive per tutte le fattispecie di reato collegate alla diffamazione a mezzo stampa. Questo ha fatto gridare al bavaglio.

Innanzitutto – sia detto en passant – che i giornalisti italiani siano una categoria compattamente in trincea contro il potere è, per vero, tutto da dimostrare. Senza voler sparare a zero su tutti, si ha però l’impressione che tale ruolo di rischiaratori della verità sia più che altro un mito raccontato dagli stessi giornalisti in quanto corporazione. Un’autoincensazione, insomma.

La descrizione di ciò che sta accadendo nei termini di una vendetta del potere è semplicemente una menzogna. L’attuale disegno di legge nasce proprio con l’intento di alleggerire le pene previste dalla normativa vigente, contenute nel codice penale (in particolare all’art. 595) e nella legge 47 del 1948 (approvata dall’Assemblea costituente). Da decenni in Italia è prevista una pena alternativa, detentiva e pecuniaria, per la diffamazione. Nessuno sta cercando di introdurla ex novo. Nessuno, quindi, sta agitando lo spettro del carcere contro i giornalisti. Peraltro, decenni di giurisprudenza in materia hanno elaborato criteri applicativi, e non risulta che di solito i giornalisti vadano in carcere: tutt’al più avviene nei casi più gravi, come è stato giudicato quello di Sallusti.

Sfatiamo perciò un mito: nessuno sta cercando di introdurre la censura, ma fa comodo a qualcuno raccontarlo. L’ignoranza è molta e la presunta difesa delle libertà conculcate ha un certo appeal.

Quella della libertà di stampa è certamente una questione complicata, perché concerne un equilibrio tra diritti confliggenti: quello dell’informazione da un lato e quello delle persone al proprio onore dall’altro. Del resto, se si afferma che il diritto a informare è correlativo al diritto a essere informati, in questo caso la correlazione non regge. Non si può volere una libertà di manifestazione del pensiero assoluta al punto da diventare un diritto del giornalista di raccontare cose false sulle persone: a beneficiarne non sarebbe nemmeno il pubblico.

Fa sorridere, poi, l’uso generalizzato dell’argomento comparatistico. Anche nella relazione che accompagna il disegno di legge si evidenzia come il carcere sia ormai previsto solo da noi e in Grecia, mentre in tutto il mondo della tripla A ci sono solo le multe. Ma chi dice che all’estero è tutto meglio che in Italia, e quindi dobbiamo imitare chi fa meglio, pecca sempre di lassismo intellettuale. Proprio recentemente il direttore della BBC si è dimesso perché un programma aveva lanciato accuse false contro un politico. Qui invece “siamo tutti Sallusti”: non dimissioni, ma monumenti celebrativi.

Si può infine chiedere, per fare gli avvocati del diavolo: ma è così giusto ridurre le pene per la diffamazione a mezzo stampa, trasformandole in una mera multa? Si può paventare che, fatta una stima di costi e ricavi, i direttori – soprattutto di grosse testate – possano condurre vere e proprie campagne diffamatorie con l’unica conseguenza di una posta passiva in bilancio, magari coperta da maggiori vendite. Con un risarcimento civile e qualche pacca sulle spalle per il diffamato di turno, che magari – come nel caso di Cocilovo – non è neanche un personaggio famoso che possa veramente difendersi. Si può dubitare che per un grande editore alcune migliaia di euro abbiano davvero un valore deterrente.

Come diceva qualcuno, insomma, la questione è un po’ più complessa, e le discussioni sulla libertà di stampa sono troppo importanti per essere lasciate ai troppi liberalotti che affollano il dibattito pubblico.

(pubblicato su Il Mercurio il 25/11/2012)

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Provocazione: contro l’Onda

La democrazia assembleare risuscitata dal movimento studentesco è quasi sempre stata, dal punto di vista del corretto funzionamento delle regole di cui ho parlato prima, ingannevole: da un lato vi è un’assemblea che si limita, assai peggio del peggiore dei parlamenti, a ratificare (spesso per acclamazione) le decisioni dell’esecutivo, espresse in mozioni; dall’altro vi è un esecutivo la cui investitura è carismatica (nel senso tecnico della parola, nel senso cioè in cui «carismatico» è contrapposto a «democratico»), e il cui potere è ben più stabile e irresistibile di quello di qualsiasi esecutivo di un corpo rappresentativo (altro che revoca del mandato!). Non dico questo per fare della facile polemica (anche se la pretesa degli «assemblearisti» di dar lezioni di democrazia è piuttosto irritante): lo dico per ripetere ancora una volta che la democrazia (non importa se diretta o indiretta, se assembleare o rappresentativa) è una «pratica» estremamente complessa, che rifiuta improvvisazioni, facili generalizzazioni, più o meno ingegnose innovazioni, ed è per di più un meccanismo molto delicato che si guasta al minimo urto.
Norberto Bobbio, Quale socialismo?, Torino, Einaudi, 1976, pp. 46-47.

Bobbio scrive negli anni ’70, in piena contestazione. Durante quest’ultimo autunno abbiamo assistito (e/o partecipato) a imponenti proteste studentesche, estremamente diverse da allora, ma simili per almeno un aspetto, che è ciò che qui interessa. Ovvero: la forma dell’assemblea di massa e di piazza, con decisioni “ratificate” talvolta anche da 5000 persone fisicamente riunite. Un problema di forma.

Il punto è che non esiste una forma stabilita in precedenza per esprimere il dissenso di migliaia di studenti: e difatti l'”Onda” ha rigettato ogni “contenitore” politico o sindacale. “Non ci rappresenta nessuno”, si diceva. Non si darà qui un giudizio di merito su ciò, che attiene al nesso spontaneismo/organizzazione, che non è così semplice da essere qui trattato. Si pone un problema di democrazia.

Si sono certo volute dare lezioni di democrazia: democrazia diretta, dal basso, assemblee oceaniche, agitazione permanente. Progetti di “autoriforma” approvati da platee di “studenti”, senz’altra determinazione.

Tutto ciò non ha impedito che tuttora si parli di presunti “leader” dell’Onda; che nelle varie assemblee ci fosse sempre chi stava al di qua e chi al di là della cattedra, chi dava la parola e chi la riceveva, chi decideva iniziative e chi vi partecipava. E chi creava cordoni per spezzare un imponente corteo e dirigere tanta gente ignara a occupazioni decise da gruppi ristretti, contro accordi presi in precedenza sullo svolgimento del corteo medesimo (ciò è accaduto in Pisa a ottobre).

Si formano, in definitiva, “capetti” e gruppi dirigenti che sono gli stessi a coniare slogan come “non ci rappresenta nessuno”; e costoro negano la validità delle forme politiche preesistenti, ma si dovrebbe chiedere a nome di chi parlano. Chi li ha eletti? Ecco che questo tedioso problema di forma viene superato di slancio, con un’investitura su base carismatica (il che può anche voler dire che il “leader” è colui che improvvisa la migliore retorica in piazza), oppure si dice che non esistono leader, ma solo quelli che si impegnano di più (ma nell’interesse generale, s’intende!).

Ora, non che lo stabilire una forma dei processi decisionali salvi dall’irrompere di un potere sostanziale che ignora la formalità democratica (è la storia di tutte le democrazie liberali di questo mondo). E tuttavia, questa presunta democrazia diretta dà luogo alla formazione di gerarchie che sono ancor meno democratiche, perché non fanno nemmeno finta di farsi eleggere secondo procedure condivise, e dunque fanno credere di non essere gerarchie. E per di più non sono responsabili delle loro scelte, appunto perché non sono formalmente dirigenti e dunque non rendono conto a nessuno.

Si può anche sostenere che tali gerarchie, avendo il medesimo interesse dei “soldati semplici”, siano dunque ad essi organicamente legate, anche in mancanza di processi chiari di “delega” e di “rappresentanza”. Eppure bisognerebbe diffidare di queste esaltazioni della Vera Democrazia, che affida tutto alla “volontà generale” di decine o centinaia di persone riunite, agli applausi e al carisma degli oratori. Nella Grecia antica, la pratica democratica metteva tanti individui sullo stesso piano. Eppure da lì si sviluppò la retorica e tutto si può dire fuorché che le decisioni collettive fossero invero libere, consapevoli, etc. E nemmeno lo si può dire ora.

È poi chiaro che non vi sia, dietro tali proteste degli studenti, la volontà di circuire: ritengo che esse siano sacrosante. I problemi però ci sono: la mancanza, risultante da quanto sopra, di dirigenti capaci e politicamente responsabili, sostituiti da gruppi dirigenti “di fatto”, “capetti”, con un legame diretto e informale con la “massa”; il controllo democratico in teoria totale e in pratica inesistente, a meno che non si voglia sostenere che nelle assemblee oceaniche il dissidente abbia posto, ché anzi chi dirige non è tenuto a far parlare tutti (e, per di più, il contesto della pubblica adunanza con un capo indiscutibile è quello più adatto a “bruciare l’eretico”); la possibilità, da ciò risultante, che i “capi” decidano da sé e non è detto che non possano voltare le spalle alla massa; la possibilità, ancora, che la labilità del controllo sui processi decisionali e sulle scelte delle persone apra gli spazi a infiltrazioni dall’esterno del “movimento”, fra l’altro richiamate da Francesco Cossiga nei giorni delle proteste, e a tentativi di influenza da parte di gruppi ristretti, così che possano dirigere senza esporsi.

L’elogio dell’agitazione spontanea, in quanto unica agitazione legittima, non tiene in nessun conto tutto ciò. E nemmeno tien conto di un problema sostanziale, connaturato alla forma spontanea del movimento: la mancanza di un’organizzazione che persegua il fine in maniera consapevole. Anzi, questo è completamente rigettato. Ma attenzione: può anche essere vero che l’onda sia inarrestabile, ma è vero anche che l’onda s’infrange contro la riva e poi rifluisce. Che è quanto è successo dopo le grandi mobilitazioni. E poi ci sarà un’altra onda? E un’altra ancora? Ma non pare che la terraferma abbia intenzione di scomparire di fronte al moto del mare, tutt’al più gli concede il contentino di erodere le rocce costiere, ma questo si misura secondo le ere geologiche. È lungimirante stare dalla parte delle onde?

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Miseria della politica

Si scade nel lapalissiano ad affermare che la politica odierna non rappresenti le vere istanze e non venga incontro ai veri problemi dei cittadini, dei lavoratori, degli studenti. Si tratta perciò non di dimostrarlo, ché non sarebbe un grande impegno; bensì di indagarne le vere ragioni. È questo un tema che sarà interessante porre a fondamento delle ricerche di questo giornale.

Ciò che viene evocato con pappagallesca locuzione (“scollamento della politica dalla vita reale” o simili), non può essere ritenuto come dato e inevitabile, a guisa di spirito dell’epoca, ma deve anzi essere un motivo di riflessione cardine per la trasformazione della politica.

Abbiamo di fronte agli occhi, quotidianamente e nostro malgrado, uno scenario desolante di dibattito sul nulla, di frasi fatte, di riti vetusti e incancreniti. Di tabù da un lato, e pretese ovvietà che dall’altro assurgono ad assioma.

Differenza sostanziale tra ciò che viene detta antipolitica e quanto io ho appena affermato: ritengo che il miglior modo di considerare il problema non sia urlare “vaffanculo” a tutti (benché, a ben vedere, ciò sia in un certo modo giustificato). Evitare le generalizzazioni e i semplicismi è un buon punto di partenza. In buona sostanza, bisogna porre una dicotomia tra:

a) un atteggiamento di protesta immediata, che si ferma al particolare senza sapere o potere (perché non lo si vuole né lo si cerca) salire a una comprensione generale e universale della società in cui viviamo (parafrasi che racchiude dietro di sé fenomeni del tipo-Grillo);

b) un atteggiamento, viceversa, che, pur ovviamente consapevole che i ladri siano ladri, non trova sufficiente la mera denuncia di ciò: ma vuole anche scoprire perché vi siano quei ladri; se essi siano solo dei singoli oppure siano quasi una metafora della società; perché l’epoca in cui viviamo (almeno in Italia) si rispecchi in personaggi poco raccomandabili; perché, quindi, questi personaggi abbiano così largo seguito tra le masse. La questione è complessa, non basta far fuori dal Parlamento i condannati. Non dico che si abbia una risposta a tali quesiti, ma ciò che conta è che ci si sforza, con il ragionamento pacato, minuzioso e scientifico, di trovarla.

Fermo restando che, per quanto mi concerne, scelgo il secondo metodo, pare sensato procedere da questa prima serie di domande a una seconda: perché, nonostante i persistenti e spesso aggravati problemi nella sfera della vita materiale, la gran maggioranza (non solo quella che ha votato Berlusconi) si lascia abbindolare da discorsi e argomenti di nessun valore e privi di fondamento di verità?

Scopriamo, vado veloce, che il tema reale è il rapporto tra la vita materiale delle persone, il modo in cui ci si procura di che soddisfare i bisogni primari, e la concezione che di ciò ci si forma. Il punto su cui credo occorra riflettere è questo: il modo comune di ragionare che conduce le persone a formulare giudizi sulla realtà individuale e sociale non è razionale, bensì fortemente irrazionale. Il ragionamento collettivo si basa sulle palafitte, condizionato com’è da quei tabù e da quegli assiomi di cui sopra. Di fatto è un non-ragionamento. Che natura hanno dunque tabù e assiomi sottesi a ogni giudizio formulato dalla media degli individui? Donde provengono?

È evidente che stiamo parlando di un terreno in cui la razionalità vacilla. È un po’ l’annoso problema del perché la sinistra non riesca a parlare alla gente. Una risposta provvisoria, suscettibile di ulteriori ricerche, può essere questa: perché la gente non ragiona con la propria testa, anzi, non ragiona punto, ripete schemi coatti introdotti con la violenza, in quanto imposti a soggetti in generale incapaci di difendersene (se non è vera violenza questa!). Tali metodi violenti fanno venire in mente soprattutto un mezzo, giustamente criminalizzabile: la televisione. Ed è certamente vero. Ma c’è di più: è la stessa mentalità, lo stesso senso comune diffuso che tendono a perpetuare schemi logico-morali (e dunque anche ed essenzialmente politici) di un gretto conservatorismo, che spiccano per l’assoluta piattezza, a-problematicità e incondizionata fedeltà al padrone, quasi una gigantesca sindrome di Stoccolma.

Eccoci giunti: perché la politica è quel che è? Perché finché si sguazza in questo senso comune, finché lo si rincorre finanche sul terreno della stupidità più assoluta, nell’intento di guadagnare voti, è chiaro che non è interesse di alcuno combatterlo. Ma se si pensa che questo opprimente bagaglio, coagulo di sapere e ignoranza (sapere non nel senso generale, ma legato invece ad aspetti meramente particolari), è appunto il vero ostacolo a una reale e generale presa di coscienza delle contraddizioni e dei problemi della società in cui viviamo, si vede anche che finché non lo si combatte si rinuncia da principio a porsi sul terreno dei problemi reali. Cioè si smette di fare politica, di fatto si fa a-politica, o addirittura anti-politica. Ma qui non parlo di Grillo, parlo esattamente della politica “ufficiale”. Perché Grillo almeno, in maniera però rigorosamente non conscia, esprime bisogni reali, che la politica non sa né potrebbe accogliere, così come si configura oggi. Con ciò non dico, ovviamente, che esso Grillo sappia come risolvere i problemi che nemmeno individua.

Si deve perciò cercare di risalire alla radice dei problemi, liberandosi dei condizionamenti dei paralogismi imperanti nello “spirito” pubblico. Essere in tal senso radicali, e non superficiali. E naturalmente bisogna cercare di combattere le false concezioni che tale ricerca rendono vana. Il problema è: basterà la forza delle idee a fare breccia in un terreno che le idee rigetta, ed è alimentato da enormi budget per coartarle quanto più possibile? La questione resta aperta, ma la differenza è questa: si può affrontarla o meno, e la cosa non è dappoco. Se si vuole cedere in principio, gettare la spugna, si può anche pensare a come fare per vincere le elezioni successive: ma quand’anche le si vinca, per quanto detto sopra il governo apparterrà sempre ad altri, anche se formalmente lo si deterrà.

Allora il compito vero di una vera politica, che in senso stretto è quella che mira a cambiare lo stato esistente delle cose (perché è un errore credere che i concetti possano essere neutri), è porsi questo generale problema educativo, che non è un astratto compito di concetto, ma teorico-pratico. Si deve cioè continuare a indagare senza dimenticare che la conoscenza per pochi eletti è pura speculazione infeconda. Non è semplice né banale, ma accettare come indispensabile un simile compito è l’unico vero atto di responsabilità che può assumere una politica che voglia impegnarsi a trasformare la società.

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