L’Italicum è la legge elettorale più votata della Repubblica? Stefano Ceccanti e il fact checking

Tra i vari argomenti portati dai pretoriani del renzismo a difesa della nuova legge elettorale ve ne sono anche di surreali. Ne dà un buon saggio il costituzionalista militante Stefano Ceccanti, in questo articolo per il suo blog sull’Huffington Post. Egli sostiene che l’Italicum «è stata la legge [elettorale] con più consensi nella storia della Repubblica»; come a dire: cari detrattori, fatevene una ragione. Peccato che non sia vero.

Huffington Post

Ora, già il nostro Huffington Post peccava di malizia quando, appena approvato l’Italicum, titolava (nella sua home page la cui grafica rivaleggia in bellezza con Dagospia) «Da oggi si può votare». Affermazione vagamente corretta se intesa nel senso di «Ora Renzi può minacciare il voto» (il che comunque non è vero, perché la legge entra in vigore a metà 2016 e vale solo per la Camera). Senz’altro falsa e tendenziosa se intesa invece nel senso che «Prima di oggi non si poteva votare»: forse che prima non c’era una legge elettorale? C’era eccome, era quella risultante dalla sentenza di parziale incostituzionalità. Anzi, non poteva non esserci, essendo costituzionalmente necessaria. Titolismo ambiguo, perlomeno.

Sostiene Ceccanti, comunque: l’Italicum è la legge elettorale più votata della Repubblica, con buona pace di quelli che lamentano la mancanza di consenso. E per avvalorare la sua affermazione riporta una tabella coi dati che lo dimostrerebbero. La cosa sembra persuasiva; ma lo è solo perché tra i dati scelti ne mancano almeno due. Tra le leggi elettorali approvate dal 1953 al 2015 si citano: la ‘legge truffa’ del 1953, il ‘Mattarellum’ del 1993, il ‘Porcellum’ del 2005 e infine l’attuale ‘Italicum’. Quest’ultimo risulta approvato dal 58,4% dei componenti del Senato e dal 53% di quelli della Camera: i risultati più alti del periodo repubblicano, stando ai dati citati.

Ma, stando a questi, sembra che la legge in vigore dal 1953 al 1993 sia proprio la ‘legge truffa’; e invece non è così. La ‘legge truffa’ modificò parzialmente la disciplina previgente, contenuta nel D.P.R. n. 26/1948 con cui si elesse la Camera della prima legislatura (elezioni del 1948), che derivava, con modifiche, dal sistema di elezione dell’Assemblea costituente (D.Lgs.Lgt. n. 74/1946 modificato dalla legge n. 6/1948). Introdusse un premio di maggioranza che non scattò alle elezioni del 1953 per mancato raggiungimento della soglia del 50% dei voti validi.

Nella legislatura che iniziò con queste elezioni, la seconda della Repubblica, tale legge fu abrogata, facendo rivivere per intero la previgente disciplina del 1948 (legge n. 615/1954). Il significato politico della scelta è indubbio, considerate anche le polemiche che suscitò l’introduzione di quel premio di maggioranza. In sostanza, si riapprovò la vecchia disciplina. I numeri della votazione definitiva sono i seguenti (Camera, seduta del 9/6/1954; al Senato si votò invece per alzata dal posto – seduta del 14/7/1954 – e non ci sono quindi i conteggi):

componenti: 590

presenti e votanti: 502

maggioranza: 252

favorevoli: 427 (85,06% dei presenti, 72,37% dei componenti)

contrari: 75.

Più avanti, nella stessa legislatura, vennero introdotte modifiche, con autorizzazione a raccogliere la disciplina in un testo unico che fu approvato col D.P.R. n. 361/1957 (che, con le varie modifiche intervenute nel tempo – da ultimo quelle portate dall’Italicum – è ancora il testo di riferimento per l’elezione della Camera dei deputati). La legge era la n. 493/1956. L’approvazione alla Camera dei deputati (seduta del 21/3/1956) avvenne con questi numeri (nuovamente, al Senato si votò per alzata e seduta, segno di largo consenso):

componenti: 590

presenti: 468

votanti: 467

astenuti: 1

maggioranza: 234

favorevoli: 406 (86,75% dei presenti, 68,81% dei componenti)

contrari: 61.

Queste votazioni non sono minimamente citate nella tabella di Ceccanti, ed è un peccato perché gli danno torto. Senza dubbio questi sono «disegni di legge in materia elettorale» (titolo della tabella), approvati nel periodo 1953-2015 (periodo di riferimento della tabella); e senza dubbio il 72,37% e il 68,81% sono più del 53%. «L’aritmetica non è un’opinione», disse Bernardino Grimaldi nel Parlamento del Regno d’Italia, mentre si discuteva l’abolizione della tassa sul macinato. Si dice che l’Italicum è il sistema che ha avuto più consensi nella storia della Repubblica? Falso: il sistema proporzionale che ha retto tutta la Prima Repubblica ebbe un consenso molto più vasto, superiore ai 2/3 dei componenti. Ma, avrà pensato Ceccanti, se i fatti non si accordano con la teoria, «tanto peggio per i fatti».

Sostiene Ceccanti, inoltre, che a differenza delle leggi del 1953, 1993 e 2005, solo questa volta si è rimasti ampiamente entro la raccomandazione contenuta nel Codice di buona condotta in materia elettorale del Consiglio d’Europa: non cambiare le regole elettorali nell’anno che precede le elezioni. Le due leggi del 1954 e 1956, visto che le elezioni successive furono nel 1958, rispettavano il Codice parecchi decenni prima dell’Italicum (e dello stesso Codice, che allora nemmeno esisteva; e non esisteva nemmeno nel 1993 quando fu approvato il ‘Mattarellum’).

Ma se anche immaginassimo che Ceccanti abbia ragione, che le leggi citate non siano esistite o siano trascurabili, o che al massimo 53 sia più di 72; dovremmo però chiederci quali diversi Parlamenti abbiano approvato le varie leggi citate e non citate. Finché non fu approvato il ‘Mattarellum’ il Parlamento fu eletto col proporzionale; lo stesso ‘Matterellum’ fu votato da un Parlamento eletto col proporzionale. Quindi era necessario che le varie forze trovassero un accordo, che fu ampio nel 1954 e nel 1956 e decisamente più ridotto nel 1993. Invece, il Parlamento che approvò il ‘Porcellum’ era stato eletto col ‘Mattarellum’, e il centrodestra che votò la legge deteneva la maggioranza assoluta in entrambe le Camere.

Inutile dire che, infine, lo stesso ‘Italicum’ è stato votato da un Parlamento eletto col maggioritario, col ‘Porcellum’. L’esito anomalo che questo sistema genera al Senato ha fatto sì che si dovesse raggiungere l’accordo con Forza Italia, senza il quale il Pd non avrebbe avuto i numeri. Ma, a ben riflettere, definire «legge elettorale più votata della Repubblica» una legge che ha ricevuto il consenso del 53% dei componenti della Camera, nella quale però il Pd, col suo 25% alle elezioni, ha avuto oltre il 47% dei seggi, non può non far sorridere. La legge è stata votata dal Pd e da pochi altri, e senza premi di maggioranza oggi non esisterebbe. Facile votare «la legge più votata» quando il sistema elettorale ti ha regalato un sacco di seggi. Non esistono fatti, ma solo interpretazioni.

Pubblicato su Esseblog il 9/5/2015.

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Perché nessuno parla del proporzionale?

Il dibattito sulla nuova legge elettorale e la corsa per approvarla – cominciata come breve volata, e trasformatasi poi in mezzofondo se non in maratona – si sono sviluppati mettendo in ombra un dato fondamentale: una legge elettorale esiste, e non è il ‘Porcellum’ (per inciso: la mania di dare alle leggi elettorali i nomignoli in “-um”, che costringe – per farsi capire – a parlare di ‘Mattarellum’, ‘Consultellum’ e ‘Italicum’, è una colpa della quale Sartori e i suoi epigoni sciocchi dovrebbero rendere conto al tribunale della Storia).

La Corte Costituzionale (dopo una vicenda processuale lanciata ad arte – si può dire – proprio per condurre al giudizio di legittimità costituzionale) è intervenuta sul testo delle leggi elettorali di Camera e Senato1 trasformandole in senso nettamente proporzionale, con l’eliminazione dei premi di maggioranza (e, inoltre, introducendo le preferenze). Intervento politico, certo, come non può non essere quello di un giudice delle leggi. Il sistema risultante è simile a quello della cosiddetta Prima Repubblica. L’impellenza di cambiare il ‘Porcellum’, espressa talvolta persino dai suoi ideatori – impellenza tale che per anni non si è fatto nulla – oggi non ha più ragion d’essere, perché il ‘Porcellum’ non esiste più. Ma del resto anche i motivi per i quali tale legge era considerata vergognosa erano sovente strumentali; la questione è tutt’altra.

Il dibattito attuale ha, come inespresso presupposto, il seguente: la legge ora vigente è una legge proporzionale, ancorché con soglie di sbarramento certo non indifferenti, e quindi con implicita torsione maggioritaria (a scapito soprattutto delle liste singole non coalizzate); si cerca invece di dare al sistema un carattere fortemente maggioritario (molto più di quanto non fosse prima). Poche voci sono discordi; tutto il resto – premio di maggioranza, doppio turno, preferenze, etc. – è dettaglio. Questo articolo vuole mettere in questione proprio questo presupposto implicito e inespresso della discussione, ovvero la preferenza indiscutibile per una legge maggioritaria. Il maggioritario è la formula magica che trasforma una maggioranza relativa in maggioranza assoluta; per essere più maliziosi, trasforma una minoranza in maggioranza, un 35% di voto popolare nel 55% dei seggi, per esempio. Insomma, l’acqua in vino: miracolo!

L’infatuazione per il maggioritario che ha colto la sinistra all’inizio degli anni ’90 è fenomeno innanzitutto opportunistico: noi minoranza, si riteneva, con un buon escamotage diventeremo maggioranza. Peccato che al primo tentativo (‘94) vinse comunque Berlusconi, e anche in seguito per vincere le elezioni si dovettero inventare coalizioni larghe stile Prima Repubblica (unica differenza: coalizioni pre-elettorali e non post-elettorali). Il tentativo attuale è più ardito: si tratta finalmente di far sì che possano esistere governi monocolore, monopartitici, a immagine e somiglianza di sistemi totalmente diversi dal nostro.

Bisogna per vero aver chiaro che tra maggioritario e proporzionale sussistono differenze di grado: si può dire che un sistema è tanto più maggioritario quanto più distorce il voto popolare favorendo la concentrazione dei seggi nelle mani di pochi gruppi partitici, e sfavorendo la rappresentanza dei partiti che ricevono meno voti (in tal senso la non proporzionalità di un sistema è misurabile). Certamente, un doppio turno con premio di maggioranza alla lista – che prelude a una maggioranza e a un Governo monocolore – e la permanenza di soglie di sbarramento non insignificanti introducono un grado maggioritario molto forte. Ma se si vuole andare alla radice della questione occorre mettere in discussione il principio del maggioritario.

La scelta del sistema maggioritario implica una presa di posizione in ordine ad almeno tre questioni. La prima di esse è quella che concerne il pluralismo (partitico ma anche sociale ed economico) e il conflitto tra interessi diversi che esistono nella società. Il primo effetto dei sistemi maggioritari, quasi per definizione, è il rafforzamento dei partiti maggiori e il taglio delle ali (si vedano Paesi diversamente maggioritari quali la Francia, il Regno Unito, gli Stati Uniti, etc.).

Ora, a prescindere dai motivi storici che fecero coincidere la Repubblica democratica col sistema proporzionale2, la questione teorica dirimente è se il pluralismo e il conflitto debbano essere rappresentati all’interno del massimo organo sovrano, oppure no. Il sistema proporzionale è volto a riprodurre dentro lo Stato il conflitto esistente a livello della società, assegnando al Parlamento il ruolo di mediazione suprema. Un sistema maggioritario presuppone invece quella mediazione come già avvenuta. Ha, cioè, l’effetto opposto di occultare il pluralismo, mediante la costituzione di partiti generalisti che sorgono dalla falsa idea di omogeneità sociale (partiti che non vogliono rappresentare una parte, ma aspirano al tutto). Ciò è implicitamente, benché celata, una scelta a favore di alcuni interessi a discapito di altri, non rappresentati come tali in sede parlamentare e quindi esclusi dal canale politico, o comunque fortemente depotenziati. Oltre a ciò, la contesa tra partiti maggioritari tende naturaliter verso il centro, acuendo la distanza di determinati interessi dalla rappresentanza politica; mentre lo Stato e i partiti maggiori negano in via di principio l’esistenza del conflitto, proponendo una visione unitaria della società.

Il conflitto nel Novecento era entrato dentro lo Stato, anche a norma della Costituzione vigente, e col maggioritario si cerca di espellernelo, virando verso un’idea di Stato molto simile a ciò che Marx definiva come «comitato esecutivo della borghesia». Il sistema proporzionale ricrea il conflitto esistente nella società (o almeno lo consente); il sistema maggioritario ha già scelto il vincitore.

La seconda questione su cui la scelta maggioritaria importa una precisa decisione è quella della forma di governo. In tale ambito il risultato del maggioritario è il rafforzamento dell’esecutivo sul Parlamento: il Governo, infatti, potendo disporre della maggioranza parlamentare assoluta, non è sottoposto alle insidie e alle perdite di tempo, e il rischio di perdere su una votazione è relativamente basso: sicché il Parlamento ha un ruolo prevalente di ratifica; il singolo parlamentare è totalmente fungibile, potendo benissimo essere una nullità assoluta; la minoranza parlamentare ha un mero diritto di tribuna.

L’argomento di solito usato contro il sistema proporzionale è quello della governabilità, cioè dell’efficacia dell’azione di governo. Partitucoli e coalizioni vaste, frammentate ed eterogenee non conducono a nulla di buono, si dice. La forma decisionale garantita dal tramite diretto Governo-Parlamento (meglio: Governo monocolore – maggioranza parlamentare monopartitica) permette decisioni più rapide. Ma il punto è: quali decisioni?

Senza volere (e potere) fare qui una valutazione comparatistica sulla qualità della legislazione tra le cosiddette Prima e Seconda Repubblica – che difficilmente avrebbe esiti favorevoli alla seconda – occorre ricordare che la decisione politica è decisione che regola interessi contrapposti. Meno tali interessi hanno occasione di mediazione, meno la decisione politica e legislativa risulta ponderata. Insomma, qualcuno dovrebbe dimostrare che un processo legislativo più veloce (e comandato direttamente dal Governo) sia perciò stesso migliore di un processo decisionale che invece si forma in Parlamento3. La politica, che è mediazione di interessi conflittuali, richiede dibattito e tempo; non certo per vezzo da clasa discutidora, per dirla con Donoso Cortés, bensì perché riducendo la mediazione parlamentare e propriamente politica da un lato la si ‘esternalizza’, rendendola affine al lobbismo, e dall’altro si privilegia implicitamente uno dei contendenti, quello già rappresentato e comunque quello più forte, spingendo interi gruppi sociali al di fuori dello spazio della politica.

E questo chiama in causa la terza e ultima questione: l’effetto pernicioso che i sistemi maggioritari hanno sulle organizzazioni partitiche. Il fatto che i partiti in epoca maggioritaria diventino generalisti, d’opinione, comitati elettorali, fattualmente o ex professo dimentichi dell’organizzazione politica delle masse, non è un caso ma una necessità. Il partito generalista non organizza gli interessi conflittuali perché pretende di riassumerli tutti dentro di sé, perciò non ha interesse a organizzare una collettività intorno a interessi parziali. Non vuole essere parte ma Tutto (un tutto, certo, pieno di vacche nere e gatti bigi). Ritenendosi espressione diretta e sufficiente di quel tutto, il rapporto concreto con la collettività è questione puramente accidentale, che ben può essere limitata a momenti puntuali come le elezioni.

Per riassumere: il sistema proporzionale riconosce in via di principio l’esistenza del conflitto e lo porta all’interno del massimo organismo rappresentativo, il Parlamento; costringe, per via della probabile mancanza di maggioranze assolute, a un serrato confronto parlamentare che produce non solo lungaggini, ma anche mediazione; costringe i partiti a rivolgersi con maggior forza all’organizzazione delle collettività e degli interessi sociali, e a fare più seriamente da tramite tra questi interessi parziali e conflittuali e il dibattito parlamentare non monopolizzato. L’equazione maggioritario = meno partiti, governi più forti, decisioni più rapide e dinamiche, decisioni più giuste conduce invece all’esclusione delle masse dalla vita politica e all’indebolimento della politica stessa.

Il mito della governabilità; il mito delle elezioni che in un giorno solo (la sera stessa) designano il Governo e assegnano la coppa del vincitore, a guisa di partita di calcio; il terrore per il Governo che si forma in Parlamento: tutti questi sono invero dogmi antipolitici. Imboccare il sentiero più semplice, che permette di governare in modo celere e indolore, è una scelta (non necessariamente inconsapevole) di subalternità agli interessi dei gruppi sociali dominanti. Il sentiero tortuoso è invece quello del conflitto, della mediazione, del pluralismo (sociale, elettorale, parlamentare).

Un ultimo cenno merita la questione delle preferenze, dei capilista ‘bloccati’ e delle liste ‘bloccate’ tout court. Essa invero è, come tale, una falsa questione. Che la scelta diretta di quel candidato generi una maggiore vicinanza tra elettore ed eletto (sia perché si esprime una preferenza, sia perché si vota un candidato in un collegio uninominale, etc.) è un’affermazione parziale. “Vicino” è termine ambiguo, che può essere inteso in senso empirico o in senso organico. Scegliere proprio quel candidato lo rende empiricamente più vicino, senza dubbio. Ma è questa la vicinanza tra elettore ed eletto di cui la sinistra si può accontentare, tanto più in un periodo di crudele disaffezione politica ed elettorale? Il candidato preferito fa parte di una lista di nomi scelta da un partito, così come sono scelti all’interno dei partiti i candidati alle primarie, come lo sono i capilista, etc. Ma se manca alla radice una vicinanza organica tra elettore-cittadino e partito, si può forse pensare che la vicinanza empirica al nome del candidato annulli in un sol colpo la distanza tra politica e società?

Si tratta di un tentativo di demandare l’organizzazione politica delle masse al mero momento elettorale, quando invece essa dovrebbe esistere prima di questo; e anzi il momento elettorale dovrebbe essere solo la conferma di un rapporto che preesiste, sia logicamente sia cronologicamente. L’idea di avvicinare l’elettore e l’eletto con l’ausilio di una formuletta elettorale è una colossale ingenuità.


1 Sentenza n. 1/2014, che interviene sul D.P.R. 361/1957 (sistema elettorale della Camera dei deputati) e sul D.Lgs. 533/1993 (Senato) così come modificati dalla legge 270/2005 (cioè il cosiddetto ‘Porcellum’).

2 L’Assemblea Costituente, pur non inserendo nel testo della Costituzione il sistema elettorale proporzionale, si espresse in suo favore – per la Camera – con due o.d.g., sia nella Commissione dei 75, sia in Aula. L’on. Giolitti, che difese la proposta in Aula, descrisse il proporzionale come «più idoneo e adeguato allo sviluppo della democrazia moderna. Non è il caso che io ricordi quale significato, anche rivoluzionario, abbia avuto l’introduzione del sistema proporzionale […]. E infine voglio anche ricordare la garanzia che il sistema proporzionale costituisce per i diritti delle minoranze» (Atti dell’Assemblea costituente, seduta del 23/9/1947, p. 436). Su analoga linea si espresse Mortati in Commissione.

3 Sulla maggior qualità legislativa di un modello proporzionalistico rispetto a uno maggioritario si veda A. Lijphart, Le democrazie contemporanee, Bologna, il Mulino, 2014.


Articolo pubblicato su Pandora il 29/4/2015.

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I nipotini di Berlinguer

nipotini_berlinguerNel trentennale del martirio e della morte di Enrico Berlinguer, la competizione agiografica vede per ora in testa l’ottimo duo ScalfariVeltroni, che si candida autorevolmente alla guida delle celebrazioni liturgiche. Scalfari, «giornalista fondato da Eugenio Scalfari» (Altan) – che si ritiene filosofo poiché ha la barba – si è impadronito della figura già da decenni; ma anche Veltroni non è da meno, e ci ha pure fatto un film. Noi non sappiamo che cosa pensi Berlinguer di questo, ma c’è da sperare che non possa vederlo: deprecando «certe apologie», scriveva Nietzsche che «la più perversa maniera di nuocere a una causa è difenderla a bella posta con argomenti errati».

Nell’immagine di Berlinguer è forte l’idea della fine: la fine dell’ossequio verso l’Unione sovietica, la fine dello stesso Berlinguer (i suoi storici funerali, secondi in Italia solo a quelli di Wojtyla – che però non era comunista), la fine del sogno del comunismo italiano e del Pci, che invero già prima della vittoria alle europee del 1984 aveva iniziato un lento declino elettorale e ontologico (tra gli artefici del declino successivo, lo stesso Veltroni; nemmeno lui era comunista: «mai stato», dixit).

Secondo una brillante interpretazione di Piero Fassino (sic), Berlinguer era come un giocatore di scacchi che sapeva che nel prosieguo della partita l’avversario gli avrebbe dato lo scacco matto. Il paragone pare calzante e – si deve aggiungere – gli è paradossalmente andata bene così: meglio morire come amatissimo segretario nell’affetto di milioni di militanti, simpatizzanti, qualunquisti e persino avversari, che vivere fino a dover fare quello che la storia gli ha risparmiato. Cioè il 1989, l’abbandono precipitoso della nave che affonda e la transumanza non proprio dignitosa verso le praterie del liberalismo. Ha poco senso chiedersi cosa avrebbe fatto Berlinguer se fosse vissuto: con o senza di lui, è chiaro che il Pci non esisterebbe ugualmente più, e abbiamo l’ardire di credere che anche il muro di Berlino sarebbe caduto. Già nel corso del dodicennio della sua segreteria molte cose sono cambiate, e le risposte di quella dirigenza del Pci al mondo nuovo non sono state esemplari.

La grandezza di Berlinguer è tutta tragica: ha come sfondo la fine di una storia, e segnatamente la sua sconfitta. Quando è morto, del resto, la sua fase propulsiva era molto vicina all’essere esaurita. Prima di morire, ha anche dovuto subire l’affronto dell’ingresso in casa propria della televisione a colori: una vittoria di Craxi. Invece spesso si vuole vedere in lui non il simbolo della conclusione di qualcosa, ma il precursore di qualcos’altro. Con questo, va da sé, la grandezza tragica del personaggio si perde, trasformandolo piuttosto nella tessera numero uno ante litteram – De Benedetti permettendo – del Partito democratico. Anche se forse il Nostro potrebbe rifiutare il seggio nel pantheon accanto a preti e blogger tunisine.

Ma la cosa più insopportabile di tutte è proprio uno dei capisaldi dell’idolatria berlingueriana: la «questione morale», vergata da Scalfari sulle sacre tavole esposte poi all’adorazione del futuro popolo eletto del centrosinistra. Per un verso, di tutto ciò che ha detto e fatto si esalta un concetto appartenente all’era del Berlinguer calante, che muove le poche pedine rimaste senza più una vera strategia: quello della questione morale è il Berlinguer meno significativo.

D’altra parte, il suo pensiero era comunque più articolato del generico polpettone moralista cucinato col fuoco di Mani pulite e dell’Antiberlusconismo, che ha preteso di vedere nel segretario martire il suo fondatore. La questione morale non vuol dire che la morale viene prima della politica. Non vuol dire che si deve fare il «partito degli onesti». Non era una proposta di esclusione degli indagati dalle liste elettorali, non era idolatria del codice penale. Soprattutto, non era una compiaciuta affermazione della superiorità della sinistra dal punto e vista morale e, viene da dire, antropologico. Il motivo per cui Berlinguer era un politico onesto, il motivo per cui si poteva (probabilmente non sempre a ragione) affermare la diversità dei comunisti era proprio il fatto che tutti costoro credevano nel comunismo; credevano nell’idea e nella causa che portavano avanti. L’onestà, l’idea di diversità e il fatto che si potesse parlare di una questione morale nel rapporto tra i partiti e lo Stato erano nient’altro che la conseguenza di una coerente fede politica.

Quando invece la propria cosiddetta azione politica consiste nel predicare la stabilità e il rispetto dei vincoli europei, votare il fiscal compact e per il restante amministrare l’esistente, ci si chiede quale altro motivo vi sia – se non il fare carriera – per entrare in partiti che adottano una linea cosiffatta. E dunque viene naturale pensare che, se il partito non è fatto da militanti ma da affaristi, allora non ci si può poi stupire che ci siano i disonesti. Ma è inutile aggredire la questione dal lato delle conseguenze e non della causa; è inutile non candidare degli indagati per candidare invece dei cretini. Se si vuole una politica onestamente condotta, ci vuole innanzitutto la politica. Solo la fede in una grande idea e una vera prassi politica possono eliminare la corruzione; altrimenti è inevitabile che in una politica che non fa niente e che non crede in niente ci sia spazio per ogni forma di arrivismo.

Se invece si vuole continuare a compiacersi della presunta superiorità morale e antropologica della sinistra, è bene non perdersi Fazio e Crozza (che trasmettono a colori: in fondo sono craxiani anche loro), ma per favore si lasci in pace Berlinguer: non gli giova essere ricordato per questo. Certo, non giova neppure la foto di lui in braccio a Benigni, che è diventata un’icona di buonismo e di autocompiacimento della sinistra: Togliatti queste cose non le ha mai fatte, mentre Berlinguer sì e quindi in fondo piace un po’ a tutti. Come dire, era comunista ma in fondo era buono e possiamo anche permetterci una rievocazione sdolcinata: «quando c’era Berlinguer»… Nella misura in cui lo stesso Berlinguer ha agevolato questo tipo di tendenze, si può anche dire che ha avuto torto. Non faremo più la rivoluzione, ma almeno siamo più onesti, siamo la “parte migliore” dell’Italia: se pure vi sono delle avvisaglie di ciò in Berlinguer stesso, quest’idea è stata ampiamente sviluppata in tempi successivi. Si tratta di un’idea sbagliata, della degenerazione moralista della sinistra contemporanea.

Enrico Berlinguer non era un moralista: era il segretario generale del Partito comunista italiano in un tempo in cui i dilemmi posti dalla storia erano pressoché insormontabili. Come tale rientra nella storia della sconfitta di quel grande movimento storico che si suole far discendere, ancorché non esclusivamente, da Karl Marx. Il suo Pci non era più, da tempo, un partito rivoluzionario: ciò nondimeno, il simbolo-Berlinguer è uno degli ultimi di quella grande religione della liberazione dell’umanità dal giogo del servaggio. Simbolo, però, estremamente contraddittorio: rappresentava quella religione di fronte a dei fedeli che la storia degli anni di poco successivi avrebbe reso degli apostati. Ma di certo apparteneva a quel mondo, non al nuovo. Non trasformiamo perciò il pensiero di Berlinguer nella grande liberalata, buona per tutte le stagioni e che piace a tutti, forgiata in special modo dal grande fuffologo del centrosinistra: Eugenio Scalfari, appunto.

Non è un caso che nel suo recente editoriale abbia paragonato Berlinguer a Bergoglio. Quanto a quest’ultimo, è il caso che qualcuno lo avverta: nessuno sopravvive per molto alla scalfarizzazione, si chieda un po’ a Berlinguer e al Pci.

(Pubblicato su Sinistra XXI il 19/03/2014).

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Antipolitica

La vera antipolitica è quella di chi, nel momento decisivo, anziché compiere scelte coraggiose si nasconde, rifiuta, rimanda. Il centrosinistra, Partito democratico in testa, è oggi il campione dell’antipolitica.

bersani-piageQuando cadde Berlusconi, a fine 2011, obbedì a Napolitano e non forzò il ritorno alle elezioni. Evitò di far cadere Monti quando si rendeva vieppiù chiaro che il suo governo non avrebbe affatto modificato la linea dell’austerità imposta da Bruxelles (né, anche volendolo, avrebbe avuto la forza per cambiarla). Ha pressoché perso le elezioni dopo una campagna elettorale passata a predicare l’alleanza con Monti e Casini. Infine, ha rieletto Napolitano al Quirinale dopo aver bruciato Prodi.

Non stravedo per Rodotà, ma era quella la scelta davvero politica, perché avrebbe aperto spazi nuovi (e va anche notato, sia pure per inciso, che i 5 Stelle hanno proposto Stefano Rodotà, non un candidato della “società civile” – come Grasso e Boldrini – ma un uomo con alle spalle una storia politica nella sinistra).

Ora, il grillismo è in sé sbagliato. Sono sbagliate le parole, sono discutibili i metodi, è criticabile la visione del mondo. Ciò nonostante, la politica non è monopolio di nessuno. La politica non è solo professione, forma, concetto; è vita. È attività. Quando la classe dirigente lo dimentica, la storia prima o poi si incarica di farlo presente.

La sinistra italiana ha costruito negli anni un intollerabile culto della normalità, che al momento decisivo ha rivelato tutta la sua inconsistenza. Ha creduto che la storia fosse in fondo finita, e si dovesse solo amministrare l’esistente. Ha colpevolmente ritenuto che le masse fossero ormai per sempre perdute alla causa della politica. Se c’è Grillo, la colpa è della sinistra che per anni ha predicato la responsabilità e l’obbedienza ai mercati.

È inutile lanciare adesso un antigrillismo altezzoso e spocchioso affermando che quella gentaglia non capisce niente. Il Partito democratico ha capito molto meno, e, come non bastassero gli errori dell’ultimo anno e mezzo, l’ha voluto dimostrare ancora una volta.bla-bla-rodota

Saranno sbagliate e stupide molte delle cose che fanno e dicono i grillini. Ma noi della sinistra? Per non aver voluto fare politica seriamente, per aver voluto essere responsabili quando invece serviva il coraggio, ora stiamo andando a fare il governo delle larghe intese.

Quando la gente va in piazza perché è incazzata, la sinistra non può trincerarsi dietro il rispetto delle istituzioni. Deve piuttosto chiedersi perché, invece che dalla parte della conservazione, non stia alla testa di quei movimenti, dei quali nemmeno capisce il linguaggio.

Molte istanze nate nell’alveo del grillismo sono sbagliate, il M5S non è democratico, Casaleggio è terribile: tutto vero. Ciò nondimeno, quelle persone che seguono i 5 Stelle si stanno in qualche maniera ripoliticizzando, e la sinistra è del tutto al di fuori di questa dinamica.

Credo si debba lasciar perdere Sua Pomposità Scalfari e deporre la spocchia, anche a costo di una scissione nel Pd. Non bisogna farsi trascinare dalla folla ma nemmeno sentirsene migliori per diritto divino, specie quando si hanno tante prove della propria incapacità. La politica è fatte dalle forze sociali: non dalla debolezza.

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Benigni e la sinistra estetica

Terracini e De NicolaLa Costituzione italiana è “la più bella del mondo”, Benigni dixit. Al di là dell’aspetto divulgativo della chiacchiera costituzionale andata in onda in televisione, si può soggiungere che la Costituzione non può essere un feticcio, e la sua (spesso mancata) applicazione non è un mero fatto giuridico, ma politico e culturale. Si può agitare un testo come arma politica, ma il solo fatto che sia scritto e che valga formalmente come norma fondamentale dello Stato non lo rendono per ciò stesso decisivo.

Un programma politico del genere “torniamo alla Costituzione” ha un valore politico-polemico nei confronti dell’oggi (così come il “torniamo allo Statuto” di Sonnino), ma la Costituzione vive come vive la Storia, e l’impossibilità del ritorno alla lettera e allo spirito del testo del 1948 è sancita dalla storia d’Italia che da quel tempo ci separa. Si ponga mente alla distinzione tra costituzione formale e costituzione materiale.

Ma non parliamo qui di Benigni né, invero, solo della Costituzione. Su questo ci si può limitare a dire, civettando con Carlo Marx, che la storia della Carta fondamentale si è ripetuta due volte, la prima come Assemblea costituente, la seconda come Roberto Benigni (sia detto in termini puramente descrittivi). E forse, visto il corso degli eventi, non poteva che essere così: tra la prassi pluridecennale e i vari tentativi di riforma, si può dire che lo spirito del ’48 non vive più da molto tempo.

Il concetto su cui riflettere è quello del bello. Bella è la Costituzione; “la sinistra è bellezza”, parafrasando l’eloquio vendoliano. Ora, per Platone il bello ha importanza conoscitiva in quanto è anticamera del vero; a quest’ultimo è pertanto inferiore. Ciò che pare, osservando a volo d’uccello un certo modo di pensare di sinistra, è che si privilegi la dimensione del bello a scapito, o comunque nella sostanziale indifferenza per la verità.

Benigni e BerlinguerVerità, beninteso, non giustapposizione di fatti veri. Il problema riguarda piuttosto una generale visione del mondo, riguardo alla quale si può parlare di scadimento, se non di vero e proprio compiacimento estetico, derivante dal piacere di stare dalla parte giusta. La Costituzione invece non è bellezza; è sangue. La cooperazione politicamente fruttuosa tra diversi partiti e culture al tempo della Costituente non può far dimenticare il conflitto che ne sta all’origine.

E soprattutto non può rendere bella una formula come quella secondo cui la Repubblica è “fondata sul lavoro”, perché essa rimanda piuttosto al conflitto tra capitale e lavoro, che conflitto era e rimane e non può essere abbellito in alcun modo. A meno di abbracciare, come la sinistra ha largamente fatto, un buonismo sconfinato che è solo indice di subalternità alla cultura liberale e individualista.

Privilegiare un’idea di sinistra legata alla bellezza, che poi vuol dire alla morale e ai sentimenti, vuol dire abbandonare qualsiasi prospettiva di pensiero dialettico, qualsiasi lettura della realtà come insieme di contraddizioni, e al contempo qualsiasi capacità di seria sintesi politica, che scaturisce dallo scontro o ne è strumento di reale prevenzione, ma che sicuramente non è ingenua espressione di un ecumenico “vogliamoci bene”.

Non è un bene che la sinistra abbia vieppiù ceduto sul terreno del pensiero e della teoria, accontentandosi invece del bello, del cinema, della letteratura, dell’arte e finanche della televisione, e creando così un vero e proprio estetismo di sinistra che sa più di vuota liturgia che di comprensione del reale. “La bellezza è rivoluzionaria”, “la cultura è rivoluzionaria” sembrano essere gli slogan più appropriati.

Ritengo invece che solo un saldo ancoraggio al vero consenta di non trasformare la politica in uno slancio moralistico. E il vero, in ambito politico, è il conflitto, che solo una politica alta sa comprendere e tenere a freno. In tal senso, il vero può essere brutto e magari anche noioso. Se la politica, se la sinistra devono affidarsi a Benigni e alla bellezza, oserei dire che c’è molto di sbagliato.

(pubblicato su Sinistra XXI il 21/12/2012)

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Conflitto tra poteri: magistratura e politica

NapolitanoLa Corte Costituzionale ha dato ragione al Presidente della Repubblica sul conflitto da questi sollevato contro la Procura di Palermo. Come aveva previsto Gustavo Zagrebelsky, “nel momento stesso in cui il ricorso è stato proposto, è stato anche già vinto”. In attesa delle motivazioni della sentenza, e senza volerne qui discutere i dettagli – presentati in modo semplificato dalla volgarizzazione mediatica, poco avvezza ai tecnicismi e all’accuratezza delle argomentazioni giuridiche – si può però cogliere l’occasione per una riflessione generale sul rapporto odierno tra giustizia e politica.

Da un lato vi è la questione generale del rapporto tra le ragioni del diritto, nella sua costitutiva astrattezza, e la ragion di Stato, che ha invece una più diretta aderenza alla concretezza. È ovvio che nella vita concreta dello Stato e della politica vi sono ambiti destinati alla segretezza, e quindi a una sostanziale immunità giudiziaria, poiché nei Tribunali si possono giudicare casi determinati e non le grandi questioni politiche e storiche; ed è giusto così (questo il diritto non può dirlo apertamente). Però il privilegio del potere non è un fine in sé, ma è strumentale a ciò che si può definire l’interesse nazionale.

Andando un passo oltre la pacifica affermazione che in ogni società organizzata l’amministrazione della giustizia ha immense implicazioni politiche, da tempo in Italia si dice che l’operato della magistratura entra in urto con la vita politica – o addirittura con gli arcana imperiicoartandola. Persistono problemi sul caso dell’Ilva di Taranto, rispetto al quale la magistratura è stata accusata di voler interferire nella politica industriale del Paese. Si è sostenuta la crudeltà della condanna contro Sallusti, specchio di una presunta ostilità verso la libertà di stampa. Si è detto e scritto che l’opera della magistratura opera pesanti condizionamenti e sconvolgimenti del quadro politico, dai noti processi a Berlusconi, passando per quelli che hanno riguardato esponenti politici di diversi partiti, e risalendo fino all’opus magnum: Mani Pulite.

Da più parti (talvolta anche da sinistra) si è dichiarato che questa situazione richiede una riforma della giustizia. Non è difficile capire in che direzione: diminuendo il potere della magistratura. Ciò implica un ragionamento di ordine costituzionale, con le revisioni conseguenti, anche indirette. Queste, in astratto, si possono naturalmente operare; posto che la volontà costituente che ne sta alla base non sia animata da piccineria politica. Ed è invece proprio questa l’impressione che si ha ogni volta che si sente parlare di riforma della giustizia.

TogheVi sono due versioni essenziali di accuse alla magistratura: quella complottistica, secondo cui la magistratura si erge a contrastare e spossessare altri poteri dello Stato; e quella meno impegnativa, secondo cui certi magistrati sono politicizzati e amanti della notorietà, e conducono indagini di conseguenza. Entrambe queste accuse, a giudizio di chi scrive, hanno un presupposto comune nell’autogiustificazione e nell’autoassoluzione della politica. Non voglio affermare la tesi opposta, per cui l’operato della magistratura è sempre impeccabile. Ammesso e non concesso, pertanto, che vi possano essere certe aderenze occulte e magistrati cui piace andar sui giornali (e anche magistrati che sbagliano); ammesso anche, però, che molto di esagerato e di falso si dice su tali questioni; si tratta di inquadrare correttamente il problema.

Che non è l’emergenza della politicizzazione della giustizia; bensì la mancanza della Politica. La verità è la debolezza della politica, insieme col declino della sua qualità. Ma come insegnava Carl Schmitt, la politica non muore, ma al più cambia di sede; ove muti il campo della contesa e la politica stricto sensu non sia in grado di assolvere ai propri compiti, essa viene oggettivamente spossessata da altri poteri, che assolvono a una funzione politica lato sensu. Così quando vengono evidentemente meno delle basilari condizioni di moralità dell’agire pubblico, in mancanza di un autocontrollo della politica agiscono i Tribunali (facendo così politica, ma obtorto collo). Così, per altro verso, quando la politica perde il polso dei processi economici e rinuncia a governarli, la politica economica è vieppiù decisa da grandi attori economici, dai mercati, dalle agenzie di rating.

Questa situazione deve essere vista innanzitutto come uno sprone per il rafforzamento della politica e dei suoi processi di selezione, considerato che molti scandali degli ultimi anni non sarebbero mai emersi senza le indagini e i processi. La politica ha perso in primo luogo il controllo in qualche maniera illuminato della scelta e della formazione dei suoi quadri e dei suoi dirigenti. Oggi il sistema assomiglia un po’ a un mercato e i risultati si vedono in primo luogo nella mancanza assoluta di saldezza ideologica e morale, che non rende l’idea della politica come missione né obbliga a mantenere un certo contegno.

La parola d’ordine non dev’essere, dunque, riforma della giustizia – che suona come falsa e fuorviante – ma riforma della politica. È innanzitutto necessario un modello di rigorosa educazione politica come precondizione per il ritorno della Politica, affinché essa possa acquistare potere nei campi davvero spossessati: la vera emergenza è la sovranità economica, non i pubblici ministeri. Poi si può ragionare anche dei problemi oggettivi della giustizia, a cominciare dalla lunghezza dei processi: però con spirito alieno da sospetti di utilitarismo.

Non si tratta affatto di fare politica secondo i canoni del codice penale (limite della concezione, ad esempio, di Di Pietro), ma nemmeno di rivendicare alla politica un’immunità dalla giustizia tale da essere solo una scusa per far continuare a vivacchiare una politica debole.

La via maestra è una politica che sappia essere grande, e non a scapito della magistratura. Magari ricordandosi che spesso la grande stampa tratta i temi della giustizia e dei processi in una maniera che è cortesia definire sommaria.

(pubblicato su Il Mercurio il 7/12/2012)

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Note su Sallusti e libertà di diffamazione

Avanza tra polemiche ma soprattutto tra innumerevoli menzogne l’iter parlamentare del disegno di legge sulla diffamazione. La Federazione nazionale della stampa è arrivata a minacciare uno sciopero contro il “ricatto”, contro il “bavaglio”. Gioverà ricostruire a grandi linee la vicenda, evidenziando le mistificazioni e inquadrando la questione giuridica.

A settembre la Cassazione conferma la condanna a 14 mesi di detenzione per Alessandro Sallusti per la pubblicazione, sotto pseudonimo, di un articolo (“Il giudice ordina l’aborto. La legge più forte della vita”, su Libero del 18 febbraio 2007) giudicato diffamatorio nei confronti del magistrato Giuseppe Cocilovo, in quanto gli attribuisce fatti determinati e falsi. Anche altri giornali pubblicano la notizia ma poi rettificano; Sallusti, all’epoca direttore di Libero, ha sempre rifiutato di ritrattare. La Cassazione sottolinea nella sentenza che non esiste il “diritto di mentire, al fine di esercitare la libertà di opinione”, e attribuisce al giornalista una “illecita strategia intimidatrice”.

Alessandro SallustiDi fronte a questa sentenza iniziano le critiche al grido di “siamo tutti Sallusti”; e ci cascano quasi tutti. Omettendo se non altro di raccontare i dettagli della vicenda, che di per sé imporrebbero prudenza prima di qualificare la condanna come una repressione sic et simpliciter delle libertà civili. Perché una riflessione sulla disciplina della diffamazione, come ha chiesto anche Napolitano, può forse esser opportuna, ma additare questa vicenda come esempio pare un poco fuori luogo.

In ogni caso, col dichiarato intento di salvare Sallusti dal carcere – nuovo esempio di legislazione ad personam – i firmatari del progetto di riforma hanno inizialmente inteso eliminare la detenzione, attualmente contemplata, e prevedere solo pene pecuniarie. Il percorso parlamentare non è stato tuttavia lineare, e nel testo attualmente in discussione non risultano eliminate le pene detentive per tutte le fattispecie di reato collegate alla diffamazione a mezzo stampa. Questo ha fatto gridare al bavaglio.

Innanzitutto – sia detto en passant – che i giornalisti italiani siano una categoria compattamente in trincea contro il potere è, per vero, tutto da dimostrare. Senza voler sparare a zero su tutti, si ha però l’impressione che tale ruolo di rischiaratori della verità sia più che altro un mito raccontato dagli stessi giornalisti in quanto corporazione. Un’autoincensazione, insomma.

La descrizione di ciò che sta accadendo nei termini di una vendetta del potere è semplicemente una menzogna. L’attuale disegno di legge nasce proprio con l’intento di alleggerire le pene previste dalla normativa vigente, contenute nel codice penale (in particolare all’art. 595) e nella legge 47 del 1948 (approvata dall’Assemblea costituente). Da decenni in Italia è prevista una pena alternativa, detentiva e pecuniaria, per la diffamazione. Nessuno sta cercando di introdurla ex novo. Nessuno, quindi, sta agitando lo spettro del carcere contro i giornalisti. Peraltro, decenni di giurisprudenza in materia hanno elaborato criteri applicativi, e non risulta che di solito i giornalisti vadano in carcere: tutt’al più avviene nei casi più gravi, come è stato giudicato quello di Sallusti.

Sfatiamo perciò un mito: nessuno sta cercando di introdurre la censura, ma fa comodo a qualcuno raccontarlo. L’ignoranza è molta e la presunta difesa delle libertà conculcate ha un certo appeal.

Quella della libertà di stampa è certamente una questione complicata, perché concerne un equilibrio tra diritti confliggenti: quello dell’informazione da un lato e quello delle persone al proprio onore dall’altro. Del resto, se si afferma che il diritto a informare è correlativo al diritto a essere informati, in questo caso la correlazione non regge. Non si può volere una libertà di manifestazione del pensiero assoluta al punto da diventare un diritto del giornalista di raccontare cose false sulle persone: a beneficiarne non sarebbe nemmeno il pubblico.

Fa sorridere, poi, l’uso generalizzato dell’argomento comparatistico. Anche nella relazione che accompagna il disegno di legge si evidenzia come il carcere sia ormai previsto solo da noi e in Grecia, mentre in tutto il mondo della tripla A ci sono solo le multe. Ma chi dice che all’estero è tutto meglio che in Italia, e quindi dobbiamo imitare chi fa meglio, pecca sempre di lassismo intellettuale. Proprio recentemente il direttore della BBC si è dimesso perché un programma aveva lanciato accuse false contro un politico. Qui invece “siamo tutti Sallusti”: non dimissioni, ma monumenti celebrativi.

Si può infine chiedere, per fare gli avvocati del diavolo: ma è così giusto ridurre le pene per la diffamazione a mezzo stampa, trasformandole in una mera multa? Si può paventare che, fatta una stima di costi e ricavi, i direttori – soprattutto di grosse testate – possano condurre vere e proprie campagne diffamatorie con l’unica conseguenza di una posta passiva in bilancio, magari coperta da maggiori vendite. Con un risarcimento civile e qualche pacca sulle spalle per il diffamato di turno, che magari – come nel caso di Cocilovo – non è neanche un personaggio famoso che possa veramente difendersi. Si può dubitare che per un grande editore alcune migliaia di euro abbiano davvero un valore deterrente.

Come diceva qualcuno, insomma, la questione è un po’ più complessa, e le discussioni sulla libertà di stampa sono troppo importanti per essere lasciate ai troppi liberalotti che affollano il dibattito pubblico.

(pubblicato su Il Mercurio il 25/11/2012)

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