Note su Sallusti e libertà di diffamazione

Avanza tra polemiche ma soprattutto tra innumerevoli menzogne l’iter parlamentare del disegno di legge sulla diffamazione. La Federazione nazionale della stampa è arrivata a minacciare uno sciopero contro il “ricatto”, contro il “bavaglio”. Gioverà ricostruire a grandi linee la vicenda, evidenziando le mistificazioni e inquadrando la questione giuridica.

A settembre la Cassazione conferma la condanna a 14 mesi di detenzione per Alessandro Sallusti per la pubblicazione, sotto pseudonimo, di un articolo (“Il giudice ordina l’aborto. La legge più forte della vita”, su Libero del 18 febbraio 2007) giudicato diffamatorio nei confronti del magistrato Giuseppe Cocilovo, in quanto gli attribuisce fatti determinati e falsi. Anche altri giornali pubblicano la notizia ma poi rettificano; Sallusti, all’epoca direttore di Libero, ha sempre rifiutato di ritrattare. La Cassazione sottolinea nella sentenza che non esiste il “diritto di mentire, al fine di esercitare la libertà di opinione”, e attribuisce al giornalista una “illecita strategia intimidatrice”.

Alessandro SallustiDi fronte a questa sentenza iniziano le critiche al grido di “siamo tutti Sallusti”; e ci cascano quasi tutti. Omettendo se non altro di raccontare i dettagli della vicenda, che di per sé imporrebbero prudenza prima di qualificare la condanna come una repressione sic et simpliciter delle libertà civili. Perché una riflessione sulla disciplina della diffamazione, come ha chiesto anche Napolitano, può forse esser opportuna, ma additare questa vicenda come esempio pare un poco fuori luogo.

In ogni caso, col dichiarato intento di salvare Sallusti dal carcere – nuovo esempio di legislazione ad personam – i firmatari del progetto di riforma hanno inizialmente inteso eliminare la detenzione, attualmente contemplata, e prevedere solo pene pecuniarie. Il percorso parlamentare non è stato tuttavia lineare, e nel testo attualmente in discussione non risultano eliminate le pene detentive per tutte le fattispecie di reato collegate alla diffamazione a mezzo stampa. Questo ha fatto gridare al bavaglio.

Innanzitutto – sia detto en passant – che i giornalisti italiani siano una categoria compattamente in trincea contro il potere è, per vero, tutto da dimostrare. Senza voler sparare a zero su tutti, si ha però l’impressione che tale ruolo di rischiaratori della verità sia più che altro un mito raccontato dagli stessi giornalisti in quanto corporazione. Un’autoincensazione, insomma.

La descrizione di ciò che sta accadendo nei termini di una vendetta del potere è semplicemente una menzogna. L’attuale disegno di legge nasce proprio con l’intento di alleggerire le pene previste dalla normativa vigente, contenute nel codice penale (in particolare all’art. 595) e nella legge 47 del 1948 (approvata dall’Assemblea costituente). Da decenni in Italia è prevista una pena alternativa, detentiva e pecuniaria, per la diffamazione. Nessuno sta cercando di introdurla ex novo. Nessuno, quindi, sta agitando lo spettro del carcere contro i giornalisti. Peraltro, decenni di giurisprudenza in materia hanno elaborato criteri applicativi, e non risulta che di solito i giornalisti vadano in carcere: tutt’al più avviene nei casi più gravi, come è stato giudicato quello di Sallusti.

Sfatiamo perciò un mito: nessuno sta cercando di introdurre la censura, ma fa comodo a qualcuno raccontarlo. L’ignoranza è molta e la presunta difesa delle libertà conculcate ha un certo appeal.

Quella della libertà di stampa è certamente una questione complicata, perché concerne un equilibrio tra diritti confliggenti: quello dell’informazione da un lato e quello delle persone al proprio onore dall’altro. Del resto, se si afferma che il diritto a informare è correlativo al diritto a essere informati, in questo caso la correlazione non regge. Non si può volere una libertà di manifestazione del pensiero assoluta al punto da diventare un diritto del giornalista di raccontare cose false sulle persone: a beneficiarne non sarebbe nemmeno il pubblico.

Fa sorridere, poi, l’uso generalizzato dell’argomento comparatistico. Anche nella relazione che accompagna il disegno di legge si evidenzia come il carcere sia ormai previsto solo da noi e in Grecia, mentre in tutto il mondo della tripla A ci sono solo le multe. Ma chi dice che all’estero è tutto meglio che in Italia, e quindi dobbiamo imitare chi fa meglio, pecca sempre di lassismo intellettuale. Proprio recentemente il direttore della BBC si è dimesso perché un programma aveva lanciato accuse false contro un politico. Qui invece “siamo tutti Sallusti”: non dimissioni, ma monumenti celebrativi.

Si può infine chiedere, per fare gli avvocati del diavolo: ma è così giusto ridurre le pene per la diffamazione a mezzo stampa, trasformandole in una mera multa? Si può paventare che, fatta una stima di costi e ricavi, i direttori – soprattutto di grosse testate – possano condurre vere e proprie campagne diffamatorie con l’unica conseguenza di una posta passiva in bilancio, magari coperta da maggiori vendite. Con un risarcimento civile e qualche pacca sulle spalle per il diffamato di turno, che magari – come nel caso di Cocilovo – non è neanche un personaggio famoso che possa veramente difendersi. Si può dubitare che per un grande editore alcune migliaia di euro abbiano davvero un valore deterrente.

Come diceva qualcuno, insomma, la questione è un po’ più complessa, e le discussioni sulla libertà di stampa sono troppo importanti per essere lasciate ai troppi liberalotti che affollano il dibattito pubblico.

(pubblicato su Il Mercurio il 25/11/2012)

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