Conflitto tra poteri: magistratura e politica

NapolitanoLa Corte Costituzionale ha dato ragione al Presidente della Repubblica sul conflitto da questi sollevato contro la Procura di Palermo. Come aveva previsto Gustavo Zagrebelsky, “nel momento stesso in cui il ricorso è stato proposto, è stato anche già vinto”. In attesa delle motivazioni della sentenza, e senza volerne qui discutere i dettagli – presentati in modo semplificato dalla volgarizzazione mediatica, poco avvezza ai tecnicismi e all’accuratezza delle argomentazioni giuridiche – si può però cogliere l’occasione per una riflessione generale sul rapporto odierno tra giustizia e politica.

Da un lato vi è la questione generale del rapporto tra le ragioni del diritto, nella sua costitutiva astrattezza, e la ragion di Stato, che ha invece una più diretta aderenza alla concretezza. È ovvio che nella vita concreta dello Stato e della politica vi sono ambiti destinati alla segretezza, e quindi a una sostanziale immunità giudiziaria, poiché nei Tribunali si possono giudicare casi determinati e non le grandi questioni politiche e storiche; ed è giusto così (questo il diritto non può dirlo apertamente). Però il privilegio del potere non è un fine in sé, ma è strumentale a ciò che si può definire l’interesse nazionale.

Andando un passo oltre la pacifica affermazione che in ogni società organizzata l’amministrazione della giustizia ha immense implicazioni politiche, da tempo in Italia si dice che l’operato della magistratura entra in urto con la vita politica – o addirittura con gli arcana imperiicoartandola. Persistono problemi sul caso dell’Ilva di Taranto, rispetto al quale la magistratura è stata accusata di voler interferire nella politica industriale del Paese. Si è sostenuta la crudeltà della condanna contro Sallusti, specchio di una presunta ostilità verso la libertà di stampa. Si è detto e scritto che l’opera della magistratura opera pesanti condizionamenti e sconvolgimenti del quadro politico, dai noti processi a Berlusconi, passando per quelli che hanno riguardato esponenti politici di diversi partiti, e risalendo fino all’opus magnum: Mani Pulite.

Da più parti (talvolta anche da sinistra) si è dichiarato che questa situazione richiede una riforma della giustizia. Non è difficile capire in che direzione: diminuendo il potere della magistratura. Ciò implica un ragionamento di ordine costituzionale, con le revisioni conseguenti, anche indirette. Queste, in astratto, si possono naturalmente operare; posto che la volontà costituente che ne sta alla base non sia animata da piccineria politica. Ed è invece proprio questa l’impressione che si ha ogni volta che si sente parlare di riforma della giustizia.

TogheVi sono due versioni essenziali di accuse alla magistratura: quella complottistica, secondo cui la magistratura si erge a contrastare e spossessare altri poteri dello Stato; e quella meno impegnativa, secondo cui certi magistrati sono politicizzati e amanti della notorietà, e conducono indagini di conseguenza. Entrambe queste accuse, a giudizio di chi scrive, hanno un presupposto comune nell’autogiustificazione e nell’autoassoluzione della politica. Non voglio affermare la tesi opposta, per cui l’operato della magistratura è sempre impeccabile. Ammesso e non concesso, pertanto, che vi possano essere certe aderenze occulte e magistrati cui piace andar sui giornali (e anche magistrati che sbagliano); ammesso anche, però, che molto di esagerato e di falso si dice su tali questioni; si tratta di inquadrare correttamente il problema.

Che non è l’emergenza della politicizzazione della giustizia; bensì la mancanza della Politica. La verità è la debolezza della politica, insieme col declino della sua qualità. Ma come insegnava Carl Schmitt, la politica non muore, ma al più cambia di sede; ove muti il campo della contesa e la politica stricto sensu non sia in grado di assolvere ai propri compiti, essa viene oggettivamente spossessata da altri poteri, che assolvono a una funzione politica lato sensu. Così quando vengono evidentemente meno delle basilari condizioni di moralità dell’agire pubblico, in mancanza di un autocontrollo della politica agiscono i Tribunali (facendo così politica, ma obtorto collo). Così, per altro verso, quando la politica perde il polso dei processi economici e rinuncia a governarli, la politica economica è vieppiù decisa da grandi attori economici, dai mercati, dalle agenzie di rating.

Questa situazione deve essere vista innanzitutto come uno sprone per il rafforzamento della politica e dei suoi processi di selezione, considerato che molti scandali degli ultimi anni non sarebbero mai emersi senza le indagini e i processi. La politica ha perso in primo luogo il controllo in qualche maniera illuminato della scelta e della formazione dei suoi quadri e dei suoi dirigenti. Oggi il sistema assomiglia un po’ a un mercato e i risultati si vedono in primo luogo nella mancanza assoluta di saldezza ideologica e morale, che non rende l’idea della politica come missione né obbliga a mantenere un certo contegno.

La parola d’ordine non dev’essere, dunque, riforma della giustizia – che suona come falsa e fuorviante – ma riforma della politica. È innanzitutto necessario un modello di rigorosa educazione politica come precondizione per il ritorno della Politica, affinché essa possa acquistare potere nei campi davvero spossessati: la vera emergenza è la sovranità economica, non i pubblici ministeri. Poi si può ragionare anche dei problemi oggettivi della giustizia, a cominciare dalla lunghezza dei processi: però con spirito alieno da sospetti di utilitarismo.

Non si tratta affatto di fare politica secondo i canoni del codice penale (limite della concezione, ad esempio, di Di Pietro), ma nemmeno di rivendicare alla politica un’immunità dalla giustizia tale da essere solo una scusa per far continuare a vivacchiare una politica debole.

La via maestra è una politica che sappia essere grande, e non a scapito della magistratura. Magari ricordandosi che spesso la grande stampa tratta i temi della giustizia e dei processi in una maniera che è cortesia definire sommaria.

(pubblicato su Il Mercurio il 7/12/2012)

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