I nipotini di Berlinguer

nipotini_berlinguerNel trentennale del martirio e della morte di Enrico Berlinguer, la competizione agiografica vede per ora in testa l’ottimo duo ScalfariVeltroni, che si candida autorevolmente alla guida delle celebrazioni liturgiche. Scalfari, «giornalista fondato da Eugenio Scalfari» (Altan) – che si ritiene filosofo poiché ha la barba – si è impadronito della figura già da decenni; ma anche Veltroni non è da meno, e ci ha pure fatto un film. Noi non sappiamo che cosa pensi Berlinguer di questo, ma c’è da sperare che non possa vederlo: deprecando «certe apologie», scriveva Nietzsche che «la più perversa maniera di nuocere a una causa è difenderla a bella posta con argomenti errati».

Nell’immagine di Berlinguer è forte l’idea della fine: la fine dell’ossequio verso l’Unione sovietica, la fine dello stesso Berlinguer (i suoi storici funerali, secondi in Italia solo a quelli di Wojtyla – che però non era comunista), la fine del sogno del comunismo italiano e del Pci, che invero già prima della vittoria alle europee del 1984 aveva iniziato un lento declino elettorale e ontologico (tra gli artefici del declino successivo, lo stesso Veltroni; nemmeno lui era comunista: «mai stato», dixit).

Secondo una brillante interpretazione di Piero Fassino (sic), Berlinguer era come un giocatore di scacchi che sapeva che nel prosieguo della partita l’avversario gli avrebbe dato lo scacco matto. Il paragone pare calzante e – si deve aggiungere – gli è paradossalmente andata bene così: meglio morire come amatissimo segretario nell’affetto di milioni di militanti, simpatizzanti, qualunquisti e persino avversari, che vivere fino a dover fare quello che la storia gli ha risparmiato. Cioè il 1989, l’abbandono precipitoso della nave che affonda e la transumanza non proprio dignitosa verso le praterie del liberalismo. Ha poco senso chiedersi cosa avrebbe fatto Berlinguer se fosse vissuto: con o senza di lui, è chiaro che il Pci non esisterebbe ugualmente più, e abbiamo l’ardire di credere che anche il muro di Berlino sarebbe caduto. Già nel corso del dodicennio della sua segreteria molte cose sono cambiate, e le risposte di quella dirigenza del Pci al mondo nuovo non sono state esemplari.

La grandezza di Berlinguer è tutta tragica: ha come sfondo la fine di una storia, e segnatamente la sua sconfitta. Quando è morto, del resto, la sua fase propulsiva era molto vicina all’essere esaurita. Prima di morire, ha anche dovuto subire l’affronto dell’ingresso in casa propria della televisione a colori: una vittoria di Craxi. Invece spesso si vuole vedere in lui non il simbolo della conclusione di qualcosa, ma il precursore di qualcos’altro. Con questo, va da sé, la grandezza tragica del personaggio si perde, trasformandolo piuttosto nella tessera numero uno ante litteram – De Benedetti permettendo – del Partito democratico. Anche se forse il Nostro potrebbe rifiutare il seggio nel pantheon accanto a preti e blogger tunisine.

Ma la cosa più insopportabile di tutte è proprio uno dei capisaldi dell’idolatria berlingueriana: la «questione morale», vergata da Scalfari sulle sacre tavole esposte poi all’adorazione del futuro popolo eletto del centrosinistra. Per un verso, di tutto ciò che ha detto e fatto si esalta un concetto appartenente all’era del Berlinguer calante, che muove le poche pedine rimaste senza più una vera strategia: quello della questione morale è il Berlinguer meno significativo.

D’altra parte, il suo pensiero era comunque più articolato del generico polpettone moralista cucinato col fuoco di Mani pulite e dell’Antiberlusconismo, che ha preteso di vedere nel segretario martire il suo fondatore. La questione morale non vuol dire che la morale viene prima della politica. Non vuol dire che si deve fare il «partito degli onesti». Non era una proposta di esclusione degli indagati dalle liste elettorali, non era idolatria del codice penale. Soprattutto, non era una compiaciuta affermazione della superiorità della sinistra dal punto e vista morale e, viene da dire, antropologico. Il motivo per cui Berlinguer era un politico onesto, il motivo per cui si poteva (probabilmente non sempre a ragione) affermare la diversità dei comunisti era proprio il fatto che tutti costoro credevano nel comunismo; credevano nell’idea e nella causa che portavano avanti. L’onestà, l’idea di diversità e il fatto che si potesse parlare di una questione morale nel rapporto tra i partiti e lo Stato erano nient’altro che la conseguenza di una coerente fede politica.

Quando invece la propria cosiddetta azione politica consiste nel predicare la stabilità e il rispetto dei vincoli europei, votare il fiscal compact e per il restante amministrare l’esistente, ci si chiede quale altro motivo vi sia – se non il fare carriera – per entrare in partiti che adottano una linea cosiffatta. E dunque viene naturale pensare che, se il partito non è fatto da militanti ma da affaristi, allora non ci si può poi stupire che ci siano i disonesti. Ma è inutile aggredire la questione dal lato delle conseguenze e non della causa; è inutile non candidare degli indagati per candidare invece dei cretini. Se si vuole una politica onestamente condotta, ci vuole innanzitutto la politica. Solo la fede in una grande idea e una vera prassi politica possono eliminare la corruzione; altrimenti è inevitabile che in una politica che non fa niente e che non crede in niente ci sia spazio per ogni forma di arrivismo.

Se invece si vuole continuare a compiacersi della presunta superiorità morale e antropologica della sinistra, è bene non perdersi Fazio e Crozza (che trasmettono a colori: in fondo sono craxiani anche loro), ma per favore si lasci in pace Berlinguer: non gli giova essere ricordato per questo. Certo, non giova neppure la foto di lui in braccio a Benigni, che è diventata un’icona di buonismo e di autocompiacimento della sinistra: Togliatti queste cose non le ha mai fatte, mentre Berlinguer sì e quindi in fondo piace un po’ a tutti. Come dire, era comunista ma in fondo era buono e possiamo anche permetterci una rievocazione sdolcinata: «quando c’era Berlinguer»… Nella misura in cui lo stesso Berlinguer ha agevolato questo tipo di tendenze, si può anche dire che ha avuto torto. Non faremo più la rivoluzione, ma almeno siamo più onesti, siamo la “parte migliore” dell’Italia: se pure vi sono delle avvisaglie di ciò in Berlinguer stesso, quest’idea è stata ampiamente sviluppata in tempi successivi. Si tratta di un’idea sbagliata, della degenerazione moralista della sinistra contemporanea.

Enrico Berlinguer non era un moralista: era il segretario generale del Partito comunista italiano in un tempo in cui i dilemmi posti dalla storia erano pressoché insormontabili. Come tale rientra nella storia della sconfitta di quel grande movimento storico che si suole far discendere, ancorché non esclusivamente, da Karl Marx. Il suo Pci non era più, da tempo, un partito rivoluzionario: ciò nondimeno, il simbolo-Berlinguer è uno degli ultimi di quella grande religione della liberazione dell’umanità dal giogo del servaggio. Simbolo, però, estremamente contraddittorio: rappresentava quella religione di fronte a dei fedeli che la storia degli anni di poco successivi avrebbe reso degli apostati. Ma di certo apparteneva a quel mondo, non al nuovo. Non trasformiamo perciò il pensiero di Berlinguer nella grande liberalata, buona per tutte le stagioni e che piace a tutti, forgiata in special modo dal grande fuffologo del centrosinistra: Eugenio Scalfari, appunto.

Non è un caso che nel suo recente editoriale abbia paragonato Berlinguer a Bergoglio. Quanto a quest’ultimo, è il caso che qualcuno lo avverta: nessuno sopravvive per molto alla scalfarizzazione, si chieda un po’ a Berlinguer e al Pci.

(Pubblicato su Sinistra XXI il 19/03/2014).

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