Provocazione: contro l’Onda

La democrazia assembleare risuscitata dal movimento studentesco è quasi sempre stata, dal punto di vista del corretto funzionamento delle regole di cui ho parlato prima, ingannevole: da un lato vi è un’assemblea che si limita, assai peggio del peggiore dei parlamenti, a ratificare (spesso per acclamazione) le decisioni dell’esecutivo, espresse in mozioni; dall’altro vi è un esecutivo la cui investitura è carismatica (nel senso tecnico della parola, nel senso cioè in cui «carismatico» è contrapposto a «democratico»), e il cui potere è ben più stabile e irresistibile di quello di qualsiasi esecutivo di un corpo rappresentativo (altro che revoca del mandato!). Non dico questo per fare della facile polemica (anche se la pretesa degli «assemblearisti» di dar lezioni di democrazia è piuttosto irritante): lo dico per ripetere ancora una volta che la democrazia (non importa se diretta o indiretta, se assembleare o rappresentativa) è una «pratica» estremamente complessa, che rifiuta improvvisazioni, facili generalizzazioni, più o meno ingegnose innovazioni, ed è per di più un meccanismo molto delicato che si guasta al minimo urto.
Norberto Bobbio, Quale socialismo?, Torino, Einaudi, 1976, pp. 46-47.

Bobbio scrive negli anni ’70, in piena contestazione. Durante quest’ultimo autunno abbiamo assistito (e/o partecipato) a imponenti proteste studentesche, estremamente diverse da allora, ma simili per almeno un aspetto, che è ciò che qui interessa. Ovvero: la forma dell’assemblea di massa e di piazza, con decisioni “ratificate” talvolta anche da 5000 persone fisicamente riunite. Un problema di forma.

Il punto è che non esiste una forma stabilita in precedenza per esprimere il dissenso di migliaia di studenti: e difatti l'”Onda” ha rigettato ogni “contenitore” politico o sindacale. “Non ci rappresenta nessuno”, si diceva. Non si darà qui un giudizio di merito su ciò, che attiene al nesso spontaneismo/organizzazione, che non è così semplice da essere qui trattato. Si pone un problema di democrazia.

Si sono certo volute dare lezioni di democrazia: democrazia diretta, dal basso, assemblee oceaniche, agitazione permanente. Progetti di “autoriforma” approvati da platee di “studenti”, senz’altra determinazione.

Tutto ciò non ha impedito che tuttora si parli di presunti “leader” dell’Onda; che nelle varie assemblee ci fosse sempre chi stava al di qua e chi al di là della cattedra, chi dava la parola e chi la riceveva, chi decideva iniziative e chi vi partecipava. E chi creava cordoni per spezzare un imponente corteo e dirigere tanta gente ignara a occupazioni decise da gruppi ristretti, contro accordi presi in precedenza sullo svolgimento del corteo medesimo (ciò è accaduto in Pisa a ottobre).

Si formano, in definitiva, “capetti” e gruppi dirigenti che sono gli stessi a coniare slogan come “non ci rappresenta nessuno”; e costoro negano la validità delle forme politiche preesistenti, ma si dovrebbe chiedere a nome di chi parlano. Chi li ha eletti? Ecco che questo tedioso problema di forma viene superato di slancio, con un’investitura su base carismatica (il che può anche voler dire che il “leader” è colui che improvvisa la migliore retorica in piazza), oppure si dice che non esistono leader, ma solo quelli che si impegnano di più (ma nell’interesse generale, s’intende!).

Ora, non che lo stabilire una forma dei processi decisionali salvi dall’irrompere di un potere sostanziale che ignora la formalità democratica (è la storia di tutte le democrazie liberali di questo mondo). E tuttavia, questa presunta democrazia diretta dà luogo alla formazione di gerarchie che sono ancor meno democratiche, perché non fanno nemmeno finta di farsi eleggere secondo procedure condivise, e dunque fanno credere di non essere gerarchie. E per di più non sono responsabili delle loro scelte, appunto perché non sono formalmente dirigenti e dunque non rendono conto a nessuno.

Si può anche sostenere che tali gerarchie, avendo il medesimo interesse dei “soldati semplici”, siano dunque ad essi organicamente legate, anche in mancanza di processi chiari di “delega” e di “rappresentanza”. Eppure bisognerebbe diffidare di queste esaltazioni della Vera Democrazia, che affida tutto alla “volontà generale” di decine o centinaia di persone riunite, agli applausi e al carisma degli oratori. Nella Grecia antica, la pratica democratica metteva tanti individui sullo stesso piano. Eppure da lì si sviluppò la retorica e tutto si può dire fuorché che le decisioni collettive fossero invero libere, consapevoli, etc. E nemmeno lo si può dire ora.

È poi chiaro che non vi sia, dietro tali proteste degli studenti, la volontà di circuire: ritengo che esse siano sacrosante. I problemi però ci sono: la mancanza, risultante da quanto sopra, di dirigenti capaci e politicamente responsabili, sostituiti da gruppi dirigenti “di fatto”, “capetti”, con un legame diretto e informale con la “massa”; il controllo democratico in teoria totale e in pratica inesistente, a meno che non si voglia sostenere che nelle assemblee oceaniche il dissidente abbia posto, ché anzi chi dirige non è tenuto a far parlare tutti (e, per di più, il contesto della pubblica adunanza con un capo indiscutibile è quello più adatto a “bruciare l’eretico”); la possibilità, da ciò risultante, che i “capi” decidano da sé e non è detto che non possano voltare le spalle alla massa; la possibilità, ancora, che la labilità del controllo sui processi decisionali e sulle scelte delle persone apra gli spazi a infiltrazioni dall’esterno del “movimento”, fra l’altro richiamate da Francesco Cossiga nei giorni delle proteste, e a tentativi di influenza da parte di gruppi ristretti, così che possano dirigere senza esporsi.

L’elogio dell’agitazione spontanea, in quanto unica agitazione legittima, non tiene in nessun conto tutto ciò. E nemmeno tien conto di un problema sostanziale, connaturato alla forma spontanea del movimento: la mancanza di un’organizzazione che persegua il fine in maniera consapevole. Anzi, questo è completamente rigettato. Ma attenzione: può anche essere vero che l’onda sia inarrestabile, ma è vero anche che l’onda s’infrange contro la riva e poi rifluisce. Che è quanto è successo dopo le grandi mobilitazioni. E poi ci sarà un’altra onda? E un’altra ancora? Ma non pare che la terraferma abbia intenzione di scomparire di fronte al moto del mare, tutt’al più gli concede il contentino di erodere le rocce costiere, ma questo si misura secondo le ere geologiche. È lungimirante stare dalla parte delle onde?

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Miseria della politica

Si scade nel lapalissiano ad affermare che la politica odierna non rappresenti le vere istanze e non venga incontro ai veri problemi dei cittadini, dei lavoratori, degli studenti. Si tratta perciò non di dimostrarlo, ché non sarebbe un grande impegno; bensì di indagarne le vere ragioni. È questo un tema che sarà interessante porre a fondamento delle ricerche di questo giornale.

Ciò che viene evocato con pappagallesca locuzione (“scollamento della politica dalla vita reale” o simili), non può essere ritenuto come dato e inevitabile, a guisa di spirito dell’epoca, ma deve anzi essere un motivo di riflessione cardine per la trasformazione della politica.

Abbiamo di fronte agli occhi, quotidianamente e nostro malgrado, uno scenario desolante di dibattito sul nulla, di frasi fatte, di riti vetusti e incancreniti. Di tabù da un lato, e pretese ovvietà che dall’altro assurgono ad assioma.

Differenza sostanziale tra ciò che viene detta antipolitica e quanto io ho appena affermato: ritengo che il miglior modo di considerare il problema non sia urlare “vaffanculo” a tutti (benché, a ben vedere, ciò sia in un certo modo giustificato). Evitare le generalizzazioni e i semplicismi è un buon punto di partenza. In buona sostanza, bisogna porre una dicotomia tra:

a) un atteggiamento di protesta immediata, che si ferma al particolare senza sapere o potere (perché non lo si vuole né lo si cerca) salire a una comprensione generale e universale della società in cui viviamo (parafrasi che racchiude dietro di sé fenomeni del tipo-Grillo);

b) un atteggiamento, viceversa, che, pur ovviamente consapevole che i ladri siano ladri, non trova sufficiente la mera denuncia di ciò: ma vuole anche scoprire perché vi siano quei ladri; se essi siano solo dei singoli oppure siano quasi una metafora della società; perché l’epoca in cui viviamo (almeno in Italia) si rispecchi in personaggi poco raccomandabili; perché, quindi, questi personaggi abbiano così largo seguito tra le masse. La questione è complessa, non basta far fuori dal Parlamento i condannati. Non dico che si abbia una risposta a tali quesiti, ma ciò che conta è che ci si sforza, con il ragionamento pacato, minuzioso e scientifico, di trovarla.

Fermo restando che, per quanto mi concerne, scelgo il secondo metodo, pare sensato procedere da questa prima serie di domande a una seconda: perché, nonostante i persistenti e spesso aggravati problemi nella sfera della vita materiale, la gran maggioranza (non solo quella che ha votato Berlusconi) si lascia abbindolare da discorsi e argomenti di nessun valore e privi di fondamento di verità?

Scopriamo, vado veloce, che il tema reale è il rapporto tra la vita materiale delle persone, il modo in cui ci si procura di che soddisfare i bisogni primari, e la concezione che di ciò ci si forma. Il punto su cui credo occorra riflettere è questo: il modo comune di ragionare che conduce le persone a formulare giudizi sulla realtà individuale e sociale non è razionale, bensì fortemente irrazionale. Il ragionamento collettivo si basa sulle palafitte, condizionato com’è da quei tabù e da quegli assiomi di cui sopra. Di fatto è un non-ragionamento. Che natura hanno dunque tabù e assiomi sottesi a ogni giudizio formulato dalla media degli individui? Donde provengono?

È evidente che stiamo parlando di un terreno in cui la razionalità vacilla. È un po’ l’annoso problema del perché la sinistra non riesca a parlare alla gente. Una risposta provvisoria, suscettibile di ulteriori ricerche, può essere questa: perché la gente non ragiona con la propria testa, anzi, non ragiona punto, ripete schemi coatti introdotti con la violenza, in quanto imposti a soggetti in generale incapaci di difendersene (se non è vera violenza questa!). Tali metodi violenti fanno venire in mente soprattutto un mezzo, giustamente criminalizzabile: la televisione. Ed è certamente vero. Ma c’è di più: è la stessa mentalità, lo stesso senso comune diffuso che tendono a perpetuare schemi logico-morali (e dunque anche ed essenzialmente politici) di un gretto conservatorismo, che spiccano per l’assoluta piattezza, a-problematicità e incondizionata fedeltà al padrone, quasi una gigantesca sindrome di Stoccolma.

Eccoci giunti: perché la politica è quel che è? Perché finché si sguazza in questo senso comune, finché lo si rincorre finanche sul terreno della stupidità più assoluta, nell’intento di guadagnare voti, è chiaro che non è interesse di alcuno combatterlo. Ma se si pensa che questo opprimente bagaglio, coagulo di sapere e ignoranza (sapere non nel senso generale, ma legato invece ad aspetti meramente particolari), è appunto il vero ostacolo a una reale e generale presa di coscienza delle contraddizioni e dei problemi della società in cui viviamo, si vede anche che finché non lo si combatte si rinuncia da principio a porsi sul terreno dei problemi reali. Cioè si smette di fare politica, di fatto si fa a-politica, o addirittura anti-politica. Ma qui non parlo di Grillo, parlo esattamente della politica “ufficiale”. Perché Grillo almeno, in maniera però rigorosamente non conscia, esprime bisogni reali, che la politica non sa né potrebbe accogliere, così come si configura oggi. Con ciò non dico, ovviamente, che esso Grillo sappia come risolvere i problemi che nemmeno individua.

Si deve perciò cercare di risalire alla radice dei problemi, liberandosi dei condizionamenti dei paralogismi imperanti nello “spirito” pubblico. Essere in tal senso radicali, e non superficiali. E naturalmente bisogna cercare di combattere le false concezioni che tale ricerca rendono vana. Il problema è: basterà la forza delle idee a fare breccia in un terreno che le idee rigetta, ed è alimentato da enormi budget per coartarle quanto più possibile? La questione resta aperta, ma la differenza è questa: si può affrontarla o meno, e la cosa non è dappoco. Se si vuole cedere in principio, gettare la spugna, si può anche pensare a come fare per vincere le elezioni successive: ma quand’anche le si vinca, per quanto detto sopra il governo apparterrà sempre ad altri, anche se formalmente lo si deterrà.

Allora il compito vero di una vera politica, che in senso stretto è quella che mira a cambiare lo stato esistente delle cose (perché è un errore credere che i concetti possano essere neutri), è porsi questo generale problema educativo, che non è un astratto compito di concetto, ma teorico-pratico. Si deve cioè continuare a indagare senza dimenticare che la conoscenza per pochi eletti è pura speculazione infeconda. Non è semplice né banale, ma accettare come indispensabile un simile compito è l’unico vero atto di responsabilità che può assumere una politica che voglia impegnarsi a trasformare la società.

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